• 6. I giuochi del potere


    Clamanges, autore della «Epistola XII, Mallem tibi laetiora», era divenuto segretario di Papa Benedetto XIII su raccomandazione dello stesso Galeotto. Con cui aveva mantenuto particolari rapporti di amicizia.

    Galeotto «lo accolse con ogni sorta di amorevolezze, gli mostrò la sua biblioteca e lo fece padrone di usarne, e lo presentò al papa e agli altri cardinali», si legge in un volume fiorentino del 1890 [cfr.: G. Voigt, D. Valbusa, G. Zippel, «Il risorgimento dell'antichità classica. Il primo secolo dell' umanismo», II, Firenze 1890, pp. 340-341].
    Questa frequentazione permetteva a Nicola di Clamanges di conoscere tutti i risvolti, anche i più segreti, della vita di Galeotto. E di interpretarne pure le intenzioni eventualmente non espresse per non nuocere ai propri progetti.

    Perché nel settembre 1397 Galeotto si allontana da Avignone?
    Quello è un particolare momento non soltanto della storia generale del regno di Francia, quando Carlo VI (in carica dal 1380) cerca di chiudere il Grande Scisma che durerà sino al 1417; ma pure della biografia di Galeotto, privato dei redditi della località di Noves già riconosciutigli dal Papa Clemente VII, per colpa di Gilles Bellemère (1342-1407), esponente di spicco della corte di Avignone, di cui diventa vescovo nel 1392, come si legge in un testo di Henri Gilles [«La vie et les œuvres de Gilles Bellemère», Bibliotheque de L'Ecole des Chartes, CXXIV, Paris 1966, p. 116-117].
    Di Clemente VII, Bellemère fu anche ambasciatore presso Carlo VI. Divenne famoso grazie ai suoi «Commentari» al «Decretum Gratiani» o «Corpus iuris canonici» (XII sec.), editi nel 1548.
    «Un homme fort près de ses intérêts», lo definisce Henri Gilles. Bellemère era in contatto con gli intellettuali umanisti di Avignone, quindi pure con lo stesso Galeotto che di quel gruppo era il protettore (Coville, p. 406). E Galeotto deve aver considerato il gesto di Bellemère un tradimento pieno di pericoli per il suo futuro.
    La questione si trascina dal marzo 1394 all'agosto 1397. Quando Galeotto protesta perché privato dei redditi di Noves. Ma fa altrettanto, e soprattutto «bien fort», lo stesso Bellemère scrivendo persino un trattato per dimostrare in punta di Diritto romano «la justesse de ses prétentions». Per rafforzare «son droit sur Noves», il Bellemère invita «les habitants à prêter un serment public d'obéissance à sa personne, à son église et à sa cour de Noves» [H. Gilles, pp. 117-118].
    Siamo proprio alla vigilia della partenza di Galeotto di Pietramala da Avignone per Valence.

    Gilles Bellemère era stato preso a servizio dal Cardinale Pierre Roger de Beaufort, futuro Gregorio XI, «en qualité de chapelain et de commensal» (cappellano e famiglio), all'inizio del 1367 ad Avignone. Dove arriva al momento in cui «la cour pontificale faisait ses préparatifs de départ» verso Roma [H. Gilles, pp. 38-39].
    Urbano V parte da Avignone venerdì 30 aprile, e passa a Marsiglia dove s'imbarca per il Lazio, giungendo al porto di Corneto in Maremma, accompagnato da sette Cardinali.
    Altri quattro Cardinali seguono il diverso itinerario «flaminio», che ha un'indubbia valenza politica: provenendo da Modena, passano per Rimini tra 11 e 25 giugno 1367.
    Sono Pierre de Monteruc (11 giugno), e Stefano Aubert (18 giugno), due cugini, figli di fratelli di papa Innocenzo VI (Étienne Aubert, 1282-1362), che viaggiano separatamente.
    Assieme invece giungono il 25 giugno altri due cugini, Nicole de Besse, Cardinale di Limoges, ed il nostro Pierre Roger de Beaufort, un cui zio fu Clemente VI, Pierre Roger, quarto papa d'Avignone, dal 1342 al 1352. [H. Gilles a p. 39 in nota 5 rimanda a «Cronache Malatestiane dei secoli XIV e XV», tomo XV, 2 di «Rerum Italicarum Scriptores», a cura di A. F. Massèra, Bologna 1922, p. 29].
    Pandolfo II, figlio di Malatesta Antico, il 16 ottobre 1367 partecipa con lo zio Galeotto I (il nonno del nostro Cardinal Galeotto), a Roma, al corteo per il rientro di Papa Urbano V.

    Circa la città di Vienne, va ricordato che suo Arcivescovo era Thibaud de Rougement, nominato da Benedetto XIII il 17 settembre 1395. Resta a Vienne sino al 1405, quando è trasferito dal Papa a Besançon, dopo che le truppe di Thibaud hanno avuto pesanti scontri (con vari castelli bruciati), durante la guerra tra lo stesso Thibaud ed i fratelli Guy et Jean de Torchefelon che avevano rifiutato di rendergli omaggio.
    Thibaud de Rougement nel 1398 provoca un grave scontro con gli ufficiali reali di Santa Colomba, colpendo con interdetto e scomunica questo antico sobborgo di Vienne. Ne nasce una forte tensione che arriva a coinvolgere Papa e Re.
    Le fonti storiche riferiscono di «aspri conflitti» sorti fra Thibaud (che aveva anche il titolo di Conte di Vienne) e Charles de Bouville, governatore del Delfinato, per i «diritti temporali» che gli sono restituiti soltanto nel 1401, dopo un intervento regio dell'agosto 1399.
    Il 23 gennaio 1397, a Parigi, Thibaud battezza Luigi, figlio del re di Francia Carlo VI e della regina Isabella, figlia di Stefano II, duca di Baviera, e di Taddea Visconti di Milano (figlia di Barnabo).
    L'anno prima Carlo VI ha concordato con Riccardo II d'Inghilterra le nozze di quest'ultimo con la propria figlia Isabella di Valois, una bambina che nel 1400 resta vedova ad appena dieci anni d'età.


    votre commentaire
  • 5. Notizie dalle corti


    Il primo a parlare di un ritorno di Galeotto al Papato romano è, dieci anni prima di Garimberti nel 1557, Onofrio Panvinio (1529-1568) nella «Epitome pontificum Romanorum», Strada, Venezia, p. 260.
    Secondo Panvinio, che fu agostiniano e lavorò a Roma come «corrector» e «revisor» di manoscritti presso la Biblioteca Vaticana al tempo di Pio IV, il Papa Urbano VI aveva restituito il cardinalato a Galeotto: «Galeottus de Petra Mala [...] cum fido Cardinale Ravennae fugit, verum non longe post in gratiam sororis suae [...]», moglie del nipote del Pontefice, ovvero Francesco Frignano.
    Di questa moglie del nipote, e sorella del nostro Cardinale, non si hanno tracce.
    Tre sono le sorelle di Galeotto di Pietramala: Elisa morta nel 1366, Taddea che si sposa nel 1372, e Caterina che s'accasa, forse nel 1393.
    Quindi potrebbe Caterina ad esser stata coinvolta nella vita sentimentale di Francesco «Butillo». Il quale però poi prende per moglie Raimondina del Tufo, mentre Caterina va a nozze con Nicola Filippo Brancaleoni.
    Per Francesco Prignano si legge pure che a Napoli rapì da un monastero «una Monaca professa, di nobile condizione, e la tenne seco nel suo appartamento» («Storia universale», XIII, Tasso, Venezia 1834, p. 131).


    votre commentaire
  • 4. La lezione umanistica di Petrarca
    L'Umanesimo a cui guarda Galeotto è ispirato alla lezione di Francesco Petrarca. Il quale, in una lettera del 1368 a Urbano V, per esaltare il primato della cultura letteraria italiana, aveva affermato «oratores et poetae extra Italiam non quaerantur».
    La frase suscita in Francia forti polemiche. Tra il 1369 e il 1372 l'autorevole teologo dello Studio parigino Jean de Hesdin (1320-1412) compone e diffonde l'epistola «Contra Franciscum Petrarcam», consegnata all'umanista italiano soltanto nei primi giorni di gennaio 1373.
    Il 1° marzo dello stesso anno è datata da Padova la risposta-invettiva di Petrarca («Invectiva contra eum qui maledixit Italiae»).
    Dopo la morte di Petrarca (1374), il grande Scisma accentua, anche sul piano politico, la rivalità Italia-Francia, e la querelle intorno alla frase dell'umanista italiano riprende, trasformata in un topos propagandistico.
    Il momento culminante della querelle è nel breve carteggio fra Nicolas de Clamanges ed il nostro Galeotto, carteggio in parte risalente alla fine del 1394 o all'inizio del 1395, ma completamente riscritto anzi «inventato», per così dire (cfr. D. Cecchetti, «Petrarca, Pietramala e Clamages», Paris 1982, p. 18 et passim), dopo il 1420.
    Clamanges controbattendo sdegnosamente alla frase incriminata di Petrarca, traccerà una breve storia della cultura di area gallo-francese, dall'antichità classica al XII secolo, per vantarne l'assoluta preminenza su qualsiasi altra tradizione nazionale».
    La lezione umanistica di Galeotto progettava dunque un devoto omaggio alla genialità di Francesco Petrarca che non poteva non incontrare l'opposizione più accesa dei suoi amici in Avignone, per una serie di significativi motivi.
    Anzitutto, come sottolinea J. Huizinga [«Autunno del Medioevo», Firenze 1987, p. 449] il preumanesimo di illustri esponenti di quel circolo avignonese come Montreuil e Col, è legato all'erudizione scolastica medievale. Poi c'è l'aspetto biografico di Petrarca che non poteva essere proposto in quella corte, da lui accusata di corruzione nei cosiddetti «Sonetti babilonesi» (136, 137, 138), come nelle lettere «Sine nomine» e nelle Egloghe sesta «Pastorum pathos» («Le cure pastorali») e settima «Grex infectus et suffectus» («Il gregge infetto») [cfr. E. H. Wilkins, «Vita del Petrarca», Milano 2003, p. 78].
    Nell'epistola XVIII (penultima) delle «Sine nomine», si parla di vecchi e lascivi bambocci che bruciano nella libidine, precipitando in ogni vergogna, per tacere degli stupri, dei rapimenti, degli incesti, degli adulterii, «che rappresentano ormai il divertimento della lascivia papale» [«qui iam pontificalis lascivie ludi sunt»]» [«Sine nomine, Lettere polemiche e politiche», a cura di U. Dotti, Roma-Bari 1974, pp. 206-210].
    Ci sono donne rapite, «violate e ingravidate da seme altrui», poi riofferte dopo il parto «all'alterna sazietà di chi le usa a suo godimento», mentre i loro mariti sono costretti a riprendersi le loro mogli «per rioffrirle di nuovo, dopo il parto, all'alterna sazietà di chi le usa a suo godimento».
    Sulle «pagine densissime» delle «Sine nomine», leggiamo in Ezio Raimondi [«Un esercizio satirico ad Avignone» (1956), «I sentieri del lettore», a c. di A. Battistini, I, Bologna 1994] che esse «sorgono dalla sofferenza e dalla protesta del cristiano offeso» [p. 133].
    La lezione petrarchesca, ha scritto Loredana Chines, «lascia alle generazioni successive degli umanisti il senso di un dialogo continuo e proficuo tra un passato da riscoprire e un presente da risanare» [«L'umanesimo: caratteri generali», pp. 428-440, «Il Medioevo», XI, Milano 2009, p. 428].
    È la lezione che influenza anche Galeotto, al punto di attirargli l'accusa di non essere un buon cattolico a causa delle sue amicizie culturali, come si legge in Jean de Launoy (1603-1678), fecondo ed erudito autore francese [«Opera omnia, Opusculis ineditis...», IV, 2, Fabri, Barrillot, Bousquet, Ginevra, 1732, p. 62].


    votre commentaire
  • 3. L'epistola «Ad Romanos»


    La notizia della fuga da Avignone che leggiamo in Garimberti, non è però accettata da Stefano Baluzio (Étienne Baluze, 1630-1718) che nelle sue «Vitae Paparum Avenionensium» (Muguet, Parigi 1693) osserva: «Illum Hieronymus Garimbertus, scribit mortuum esse in monte Alvernae in summis Apennini jugis ibique sepultum in ecclesia fratrum Minorum. Errat sane dum scribit illum rediisse in gratiam cum Urbano sexto. Nam id falsum esse manifeste patet ex epistola ejus ad Romanos supra commemorata, et ex eo quod mortuus est Viennae» [col. 1364].
    La falsità della notizia sulla fuga è dedotta in Baluze da quella epistola «Ad Romanos», di cui lui stesso parla alla col. 1363: Galeotto «scripsit gravem epistolam ad cives Romanos; in qua eos primo redarguit quod ipsi fuerint auctores schismatis, deinde hortatur ut eidem Benedicto, quem multis laudibus ornat, obedientiam prestent».
    Se la fuga è del 1397, l'epistola «Ad Romanos» risale però a periodo di poco anteriore al dicembre 1394 [cfr. E. Ornato, «Jean Muret et ses amis: Nicolas de Clamanges et Jean de Montreuil», Genève-Paris 1969, p. 28]. Il titolo completo della lettera è: «Deflet horrendum schisma, hortaturque eos, ut adhaerendo Benedicto XIII, ipsi finem imponant».
    Benedetto XIII è il Cardinale Pietro da Luna, eletto il 28 settembre 1394 con i voti di venti dei ventuno cardinali presenti ad Avignone. Era stato fatto Cardinale da Gregorio XI nel 1375. Sino al 1390 fu Legato pontificio nella penisola iberica.
    Sul ruolo di Galeotto da Pietramala ad Avignone, è stato osservato che egli, per quanto fosse giovane, «exerçait une grande influence sur ses collègues et il avait même essayé de jouer un rôle de modérateur entre les deux papes» [cfr. B. Galland, «Les papes d'Avignon et la Maison de Savoie (1309-1409)», École Française de Rome n. 247, Roma, 1998, p. 334. In nota si rimanda a G. Mollat, «Dictionnaire d'histoire et de géographie ecclésiastique», 19, coll. 759-760].
    Circa i rapporti fra Galeotto e Benedetto XIII, leggiamo in Franceschini: «Lo legava al nuovo pontefice una profonda stima e un'amicizia nata fin da quando aveva potuto riconoscere nel cardinale de Luna specchiata rettitudine e profonda cultura e il comune amore per gli studi di umanità e la ricerca degli antichi testi» [cit., p. 395].


    votre commentaire
  • 2. Una nomina, due fughe

    A soli ventidue anni, l'11 settembre 1378, il «protonotario Apostolico» Galeotto Tarlati di Pietramala è creato Cardinale diacono (ovvero non sacerdote) da Urbano VI, su proposta del nonno Galeotto I Malatesti, signore di Rimini, la cui figlia Rengarda nel 1348 ha sposato Masio Tarlati di Pietramala, Magistrato municipale di Rimini dal 1346 al 1347.
    L'anno prima della sua nomina a Cardinale, nel 1377, a Cesena, per volere di Gregorio XI, Pierre Roger de Beaufort (1370-1378, nipote di Papa Clemente VI [1342-1352]), quattromila cadaveri furono disseminati nelle strade e nei fossati della città (scrive l'abate Guillaume Mollat nella sua storia del Papato avignonese [«Les Papes d'Avignon, 1305-1378», Parigi 1912], p. 163), per opera dei Bretoni guidati dal terribile Cardinal Roberto da Ginevra, il quale nel 1378 diventa il primo Antipapa, con il nome di Clemente VII.
    Nel 1386 Galeotto fugge da Urbano VI, prima nella Milano di Gian Galeazzo Visconti e poi ad Avignone, dove nel 1387 è nominato Anticardinale.

    Un figlio di Gian Galeazzo Visconti, Giovanni Maria, nel 1408 sposerà Antonia Malatesti, figlia di Andrea Malatesti nato da Gentile da Varano e Galeotto I, il quale da Elisa della Valletta aveva avuto Rengarda, la madre del nostro Cardinal Galeotto.
    Antonia Malatesti, che era quindi cugina di Galeotto, passa alla storia per il suo comportamento in occasione dell'uccisione del marito Giovanni Maria da parte di alcuni nobili di corte: lei non volle recarsi in Duomo dove era stata trasferita la salma, peraltro ignorata da tutti. L'unico omaggio al defunto fu quello di «una femina meretrice» che «tollendo una cesta de rose tutto il coperse», come si legge in un articolo di G. Barigazzi (in «Storia illustrata», n. 153, VIII, 1970).
    L'astio di Antonia era una reazione al comportamento di Giovanni Maria, definito da Carlo Cattaneo «libe
    tino e crudele come Nerone» (cfr. l'introduzione, p. LXXI, a «Notizie naturali e civili su la Lombardia», I, Bernardoni, Milano 1844).

    Nel 1397 Galeotto si dimette da Cardinale. Nicola di Clamanges (o Clemanges), che nella celebre «Epistola XII, Mallem tibi laetiora» dà la notizia della sua scomparsa avvenuta a Vienne, infatti definisce Galeotto «nuper Cardinalis», ovvero Cardinale sino a qualche tempo addietro.
    La lettera è spedita da Avignone «Ad Gontherum Colli, Galliae Regis secretarium», ovvero Gontier Col, segretario di Carlo VI e di Giovanni, duca di Berry, ed ambasciatore ad Avignone nella primavera del 1395.
    Purtroppo l'avverbio «nuper», semplice ma fondamentale per documentare la vicenda biografica di Galeotto, è sfuggito agli storici moderni nella ricostruzione della sua figura attraverso l'«Epistola XII», considerata fondamentale per delineare la cultura umanistica del personaggio, con l'accenno alla sua biblioteca, i cui libri «multi erant et singulariter electi, perlibenter oblatos».
    Di fuga di Galeotto da Avignone parla già nel XVI sec. un studioso ed uomo della Curia di Roma, Girolamo Garimberti (1506-1575), in «Vite, Overo Fatti Memorabili D'Alcuni Papi, Et Di Tutti I Cardinali Passati» (Giolito de' Ferrari, Venezia 1567), al cap. XXV, intitolato significativamente «Della Ingratitudine» (pp. 446-447): «essendo fatto Cardinale da Urbano, et compreso tra i suoi più confidenti e cari, si trouò a machinar contra della dignità sua, insieme con alcuni altri Cardinali, che per questo furono priuati dal Papa; per il che Galeotto insieme con Pileo de Prati Cardinale se ne fuggì in Auignone; doue da Clemente di nuouo fu restituito al Cardinalato; si come di nuouo poco dipoi facendo un'altra ribellione con fuggirsene da Clemente, fu reintegrato da Urbano, et premiato da lui di quella tanta ingratitudine; della quale meritaua di esser castigato; et con quella solità seuerità che forse haurebbe, se Galeotto non l'hauesse preuenuto con la morte nel Monte dell'Auernia, doue stà sepolto nella Chiesa de Frati Minori».
    Quest'altra «ribellione» secondo Garimberti, dunque, non poté approdare al ritorno a Roma da vivo, per la scomparsa avvenuta, a suo dire, non a Vienne ma alla Verna, un luogo simbolico per Galeotto perché è quello della sua sepoltura, dapprima nella cappella «costruita sulla prima cella di san Francesco» [cfr. A. Giorgi, «Dal primitivo insediamento alla Verna dell'Osservanza», in «Atti del Convegno di Studi 2011», Firenze 2012, pp. 45-68, p. 52], poi nella «cappella della Maddalena» che avevano voluto i genitori di suo padre, ovvero Roberto (Uberto) da Pietramala e Caterina degl'Ubertini.
    Questo particolare illumina sopra un altro aspetto: il trasferimento della salma di Galeotto avvenne, tre giorni dopo la morte, ovvero l'11 febbraio «sur le Rhône jusqu'à Avignon», come leggiamo in una lettera di Tieri di Benci, socio d'affari di Francesco Datini, grande mercante di Prato, a Francesco di Marco, imprenditore in una società di lanaioli.
    «Da Avignone la salma del cardinale fu portata, per le terre dei Savoia e del duca di Milano, e per la Romagna, e le terre dei conti Guidi, alla Verna» [G. Franceschini, «Alcune lettere del Cardinale Galeotto da Pietramala», in «Italia medievale e umanistica», VII, Padova 1964, pp. 375-404, p. 397].


    votre commentaire