• ARCHIVIO MALATESTI del 2017Abbiamo riorganizzato tutti gli archivi del Rimino realizzati nel 2017.

     

     

     

     

     

     

     

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    ARCHIVIO MALATESTI del 2017


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  • Sigismondo filofoso umanista

     

     

     

     

     

     

     

     

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  • I. Le premesse umanistiche
    Nel Tempio malatestiano di Rimini s'incontra una lezione di assoluta novità, all'interno della Cappella delle Arti liberali, che andrebbe analizzata e studiata seguendo la spiegazione di Cesare Vasoli il quale osserva come nel contesto della cultura umanistica si realizzi tra 1400 e 1500 una «meditata ricerca di nuovi strumenti, tecniche e metodi intellettuali», per la formazione dell'uomo che potesse dominare la realtà e trasformare i modi di pensare [1].
    La definizione di «arti liberali» si deve a Pietro Paolo Vergerio detto "il Vecchio" (1369-1444), autore (nel 1402-1403) di quello che viene definito il primo trattato umanistico di pedagogia, «De ingenuis moribus», apparso a stampa nel 1502.
    La prof. Antonella Cagnolati [2], ne ha scritto così: «La sua opera pone in rilievo i doveri sia della famiglia che del precettore nel plasmare il carattere degli adolescenti e, al contempo, disegna un curriculum educativo moderno ed efficace che sarà ripreso dagli umanisti dell'epoca successiva, convertendosi così in un modello pedagogico da imitare. [...] Cardine e perno dell'intero percorso sono la filosofia e la storia, considerate come basi per ogni successiva formazione di "uomini liberi" [...]». Poi viene «il disegno, che ha la capacità di affinare il senso estetico e l'arte del giudizio su ciò che reputiamo bello, seguito poi dalla retorica che serve per "l'eloquenza elaborata". Un ruolo precipuo spetta quindi alla musica, arte così singolare che riesce a "governare a norma di ragione i moti dell'anima": la sua struttura è tale che, operando sulle proporzioni dalle quali scaturiscono le armonie, può essere correlata alla scienza dei numeri come l'aritmetica, e delle grandezze come la geometria. Ancora due ambiti vengono inseriti nel progetto educativo: l'astronomia, che indaga sui moti delle stelle e dei pianeti, scienza di mirabile bellezza in grado di scoprire le meraviglie del cosmo, e la fisica, attraverso la quale possiamo conoscere "i principi e il mutare delle cose naturali, animate e inanimate, e di quanto è contenuto nel cielo e nel mondo, le cause e gli effetti dei moti e dei mutamenti". Nella riflessione di Vergerio tale coacervo di discipline assume lo scopo di permettere al discente di comprendere per quale di esse sia più portato, al fine di applicarsi con il proprio ingegno solo a ciò che risulta maggiormente adatto alle predisposizioni innate di ciascuno, selezionando opportunamente e dedicandosi ad uno studio analitico e preciso, non onnicomprensivo ed eclettico».
    A proposito di arti liberali, è interessante ricordare un passaggio dall'epistola LXXXXV di Seneca, in cui parlando di quella precettistica che aiuta a raggiungere «una perfetta saggezza», egli scrive: «Tutto lo studio è cessato. I maestri delle liberali arti si seguono soli senza compagnia di discepoli nelle scuole» [3].
    In poche parole, la crisi politica del suo tempo era anche frutto del disinteresse culturale che lasciava i "maestri delle liberali arti" senza allievi. Questa lezione di Seneca ritorna alla mente degli intellettuali come Vergerio, aprendo una prospettiva umanistica che troviamo proiettata anche nel Tempio malatestiano di Rimini, grazie a Leon Battista Alberti.
    «Vergerio fu lettore e ammiratore del filosofo latino: postille di sua mano si trovano in un codice contenente opere di Seneca (anche spurie), una «Vita Senecae» gli viene attribuita, nell'Epistolario ricorrono frequentemente il nome di Seneca e citazioni delle sue opere», leggiamo nella tesi di laurea di Alessandra Favero [4].
    L'ideale dell'umanesimo ridiventava così quello di una cultura completa e disinteressata.
    Francesco De Sanctis, nella sua «Storia della Letteratura italiana» [5] ci ricorda che i ragionamenti di Leon Battista Alberti «non muovono da principi filosofici, ma dalle sentenze de' moralisti antichi, dagli esempli della storia, e soprattutto dalla sua esperienza della vita».
    Alberti, leggiamo ancora in De Sanctis, ha già "la fisionomia dell'uomo nuovo, come si andava elaborando in Italia", un uomo "preso dal vero nella vita pratica, c' suoi costumi e le sue inclinazioni". Alberti crede che la vita di ogni persona debba essere finalizzata non la suo cerchio di singolo, ma a tutte le persone che gli stanno a fianco nella Città.
    Stefano Simoncini sottolinea questo aspetto, parlando del progetto albertiano di "edificazione" di una nuova società che muove dalla conoscenza empirica dei bisogni e dell'animo umano".

    NOTE I. Le premesse umanistiche
    [1] Cfr. C. Vasoli, «La Storia: i grandi problemi dal Medioevo alla età contemporanea», Torino 1986, p. 17.
    [2] Cfr. A. Cagnolati, «L'eredità dell'Umanesimo. Pier Paolo Vergerio e le sue teorie educative», in «Rivista di Storia dell'Educazione» (2016, 12/15, pp. 93-102).
    [3] Cfr. p. 217, "Volgarizzamenti classici di Lucio Anneo Seneca", Brescia 1823; p. 301 ed. fiorentina 1717; p. 408 dell'ed. di Palermo 1817, presso G. Assenzio.
    [4] La tesi (disponibile sul web) è intitolata «Sul "De ingenuis moribus et liberalibus studiis adulescentiae" di Pier Paolo Vergerio il Vecchio. Circolazione, ricezione e interpretazione di una raccolta pedagogica umanistica» (2014). Per la figura di Vergerio come pedagogista, si veda l'interessante studio «Pedagogia e Corte nel Rinascimento Italiano ed Europeo» di Michele Rossi (University of Pennsylvania), del 2016.
    [5] Cfr. il cap. XI, 6 della «Storia della Letteratura italiana» a cura di Luigi Russo, I, Milano 1956, pp. 428-439, intitolato «L'uomo universale Leon Battista Alberti». Il titolo di questo capitolo riprende fedelmente la definizione di «homo universalis» che di Alberti è stata data da Jakob Burckardt, come leggiamo nel saggio di Cesare Vasoli, «L'Umanesimo e il Rinascimento», in «Umanesimo e Rinascimento. 12. L'espansione europea e la civiltà del nuovo mondo», Milano 2013, p. 99, su cui ritorniamo in seguito. Per il tema «homo universalis», cfr. in M. McLaughlin, «Leon Battista Alberti. La vita, l'umanesimo, le opere letterarie», Firenze, 2015 («Biblioteca dell'“Archivum romanicum”. Serie I: Storia, Letteratura, Paleografia», 447). Il testo originale di Burckardt è «Die kultur der Renaissance in Italien», Basilea, 1860. La traduzione italiana è «La civiltà del Rinascimento in Italia», Firenze 1943. Il lavoro di Burckardt a proposito di Alberti è analizzato da Anna Addis nella propria tesi di dottorato di ricerca in Filosofia a Bologna (disponibile sul web), intitolata «Artificio e maschera nel pensiero di Leon Battista Alberti»: cfr. alle pp. 7-8. Qui si rimanda alla cit. ed. di Basilea del testo di Burckardt, pp. 163-165.


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  • Storia malatestiana.
    San Francesco e il monte della Verna

    Lettera pubblicata sul "Corriere Romagna" di oggi.

    A proposito di San Francesco e San Leo. Al monte della Verna è legata la storia di un personaggio del XIV sec., il cardinal Galeotto Tarlati di Pietramala, il cui padre era Masio (Tommaso), Magistrato municipale di Rimini dal 1346 al 1347 che sposò Rengarda Malatesti, figlia di Galeotto I, il cui fratello Malatesta Antico Guastafamiglia ha un figlio «spurio», Leale, che diventa Vescovo di Pesaro (1370-1374) e poi di Rimini sino al 1400.
    Alla Verna la famiglia del nostro cardinale era strettamente legata, non soltanto perché la sua chiesa principale è fondata nel 1348 da Tarlato di Pietramala, conte di Chiusi, e da sua moglie Giovanna Aldobrandeschi di Santa Fiora; ma pure per il fatto che nella storia della famiglia del nostro Galeotto s’incontrano due discepoli di San Francesco, definiti poi entrambi Beati, ovvero Angelo Tarlati (attestato dal 1213 e morto nel 1254), e Benedetto Sinigardi (1190-1282), figlio di Elisabetta Tarlati.
    Un antefatto lega i Pietramala a San Francesco. Nel maggio 1213 il conte Orlando Cattani di Chiusi della Verna, marito di Maria da Pietramala, gli dona il monte della Verna. Orlando Cattani ebbe da Maria quattro figli: Orlando, Cungio, Bandino, e Guglielmino. Tra 1216 e 1218 qui avviene la costruzione della cappella di Santa Maria degli Angeli. Fu un'angusta chiesetta dal titolo luminoso, secondo padre Antonio Francesco Benoffi, vissuto due secoli fa. Orlando Cattani (o Gaetani) proprietario della montagna, allora deserta, vi fu sepolto, come ricorda ancor oggi una lapide al centro della parte vecchia della chiesa.
    Gli appoggi romani che, per via della parentela malatestiana, portano Galeotto (1356-1398) alla nomina a ventidue anni, poi gli garantiscono il ritorno in patria dopo la morte (avvenuta l’8 febbraio 1398 non ad Avignone come si è quasi sempre creduto, ma a Vienne nel Delfinato), nella quiete della Verna.
    Una prima sepoltura avviene nella cappella «costruita sulla prima cella di san Francesco». Quella definitiva è nella «cappella della Maddalena», voluta dai genitori di suo padre, ovvero Roberto (Uberto) da Pietramala e Caterina degl'Ubertini.


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