• Storia malatestiana.
    San Francesco e il monte della Verna

    Lettera pubblicata sul "Corriere Romagna" di oggi.

    A proposito di San Francesco e San Leo. Al monte della Verna è legata la storia di un personaggio del XIV sec., il cardinal Galeotto Tarlati di Pietramala, il cui padre era Masio (Tommaso), Magistrato municipale di Rimini dal 1346 al 1347 che sposò Rengarda Malatesti, figlia di Galeotto I, il cui fratello Malatesta Antico Guastafamiglia ha un figlio «spurio», Leale, che diventa Vescovo di Pesaro (1370-1374) e poi di Rimini sino al 1400.
    Alla Verna la famiglia del nostro cardinale era strettamente legata, non soltanto perché la sua chiesa principale è fondata nel 1348 da Tarlato di Pietramala, conte di Chiusi, e da sua moglie Giovanna Aldobrandeschi di Santa Fiora; ma pure per il fatto che nella storia della famiglia del nostro Galeotto s’incontrano due discepoli di San Francesco, definiti poi entrambi Beati, ovvero Angelo Tarlati (attestato dal 1213 e morto nel 1254), e Benedetto Sinigardi (1190-1282), figlio di Elisabetta Tarlati.
    Un antefatto lega i Pietramala a San Francesco. Nel maggio 1213 il conte Orlando Cattani di Chiusi della Verna, marito di Maria da Pietramala, gli dona il monte della Verna. Orlando Cattani ebbe da Maria quattro figli: Orlando, Cungio, Bandino, e Guglielmino. Tra 1216 e 1218 qui avviene la costruzione della cappella di Santa Maria degli Angeli. Fu un'angusta chiesetta dal titolo luminoso, secondo padre Antonio Francesco Benoffi, vissuto due secoli fa. Orlando Cattani (o Gaetani) proprietario della montagna, allora deserta, vi fu sepolto, come ricorda ancor oggi una lapide al centro della parte vecchia della chiesa.
    Gli appoggi romani che, per via della parentela malatestiana, portano Galeotto (1356-1398) alla nomina a ventidue anni, poi gli garantiscono il ritorno in patria dopo la morte (avvenuta l’8 febbraio 1398 non ad Avignone come si è quasi sempre creduto, ma a Vienne nel Delfinato), nella quiete della Verna.
    Una prima sepoltura avviene nella cappella «costruita sulla prima cella di san Francesco». Quella definitiva è nella «cappella della Maddalena», voluta dai genitori di suo padre, ovvero Roberto (Uberto) da Pietramala e Caterina degl'Ubertini.


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  • NOTE BIBLIOGRAFICHE GENERALI
    R. Brun, «Annales avignonnaises de 1382 à 1410 extraites des archives de Datini, dans Mémoires de l'Institut historique de Provence.
    R. Brun, «Annales avignonnaises de 1382 à 1410, extraites des archives de Datini», «Mémoires de l'Institut historique de Provence», 12 , Marsiglia 1935.
    H. Gilles, «La vie et les œuvres de Gilles Bellemère», Bibliotheque de L'Ecole des Chartes, CXXIV, Paris 1966. (Alle pp. 117-118, si richiama un documento, il G 449, n° 1, custodito presso «Archives départementales de Vaucluse et de Haute-Loire», e si cita da M. Mielly, «Trois fiefs de Vévêché d'Avignon: Noves, Agel et Verquîères des origines à 1481, Uzès, 1942, p. 260-261.)
    A. Bartocci, «Il cardinale Bonifacio Ammannati legista avignonese ed un suo opuscolo contra Bartolum sulla capacità successoria dei Frati Minori», «Rivista internazionale di Diritto Comune», 17, Roma 2006, pp. 251-297, p. 267.
    Sul ruolo culturale di Amedeo di Saluzzo, cfr. P. Rosso, «Cultura e devozione fra Piemonte e Provenza. Il testamento del cardinale Amedeo di Saluzzo (1362-1419)», Cuneo 2007,
    «Le spoglie del Tarlati furono successivamente traslate nella cappella di San Pietro d'Alcantara, anche detta del Cardinale, posta sopra l'originaria 'cella del faggio', odierna cappella della Maddalena», si legge in nota ad un saggio di M. Mussolin, «Deserti e crudi sassi: mito, vita religiosa e architetture alla Verna dalle origini al primo Quattrocento» pp. 117-136, in «Altro monte non ha più santo il mondo», a cura di N. Baldini, Firenze 2012, p. 125, nota 19.
    In F. Gonzaga, «De origine Seraphicae religionis Franciscanae eiusque progressibus», ex typographia Dominici Basae, Roma 1587, p. 235, si legge che le ceneri dell'illustrissimo Cardinale Galeotto furono poste in una cappella voluta da Caterina da Pietramala, consorte di Roberto, all'inizio del XIV sec., nel luogo dove era stata la prima cella di san Francesco: «Id sacellum, quod passim Cardinalis Cardinalis dicitur, fuit prima beati Francisci cellula».
    Che Roberto sia il nonno di Galeotto è attestato da un documento che si legge in L. Tonini, «Rimini nella Signoria de' Malatesti», Albertini, Rimini 1880, IV, 2, p. 173, e richiamato in IV, 1, p. 260.
    Su Roberto da Pietramala, cfr. sub 1347 in «Cronache Malatestiane dei secoli XIV e XV», tomo XV, 2 delle «Rerum Italicarum Scriptores», a cura di A. F. Massèra, Bologna 1922, p. 16.
    La cappella fu dedicata a Santa Maria Maddalena, come scrive padre Francesco da Menabbio nel «Compendio delle maraviglie del sacro monte della Verna», Ad istanza di Niccolò Taglini, Venezia 1694, p. 25. Esistono altre edizioni del volume, «in Fiorenza, per Pietro Nesti al Sole», 1636, e quella veneziana del 1782, in cui alle pp. 38-39 troviamo: «Dicesi ancora la Cappella del Cardinale, perché in essa riposano l'ossa dell'Eminentissimo Galeotto degl'Ubertini d'Arezzo, Conte di Pietra Mala, e Cardinale di S. Chiesa, il quale morì in Avignone nel tempo dello Scisma, che accadde sotto Urbano VI e le sue ossa furono quassù portate, e sepolte in detta Cappella conforme egli aveva ordinato, per la singolare divozione, che portava a S. Francesco». Il passo con «Galeotto degl'Ubertini» suggerisce, ci sembra ovviamente, il cognome della nonna Caterina.
    (Questo stesso testo è nell'edizione fiorentina, presso la Stamperia granducale, 1856, pp. 29-30.)
    Della cappella voluta da Roberto da Pietramala e da sua moglie Caterina, si parla pure in B. Mazzara, «Leggendario francescano», III, Poletti, Venezia 1689, p. 70. Cfr. pure G. Rondinelli, «Relazione sopra lo stato antico e moderno della città d'Arezzo ecc.», Bellotti, Arezzo 1755, p. 48.
    Circa il 1386, in L. Maimbourg, «Histoire du grand schisme d'Occident», Mabre-Cramoisy, Parigi 1686, p. 218, si parla di Urbano VI e dell'uccisione dei sei cardinali: qualunque sia stato di modo di farli morire, diversi secondo le fonti, resta il fatto che questa serie di omicidi «est assez conforme à son humeur, plûtost cruelle que severe, qui le rendit extrêmement odieux à ceux- mêmes qui étoient ses plus affidez. En effet, deux des Cardinaux qui l'avoient le mieux servi, Piles de Prate Arcivêque de Ravenne, & Galeot Tarlat de Pietra-mala, redoutant cét esprit vindicativ, s'allerent rendre au Pape Clement, qui les mit au nombre de ses Cardinaux».

    Sull'intervento di Giovanni d'Armagnac, cfr. A. Antonielli - F. Novati. «Un frammento di zibaldone cancelleresco lombardo del primissimo Quattrocento. Testo ed illustrazioni storico-critiche ai documenti contenuti nel Frammento Pallanzese», Archivio Storico Lombardo, 1913, Serie IV, vol. 20, fasc. 40, pp. 304-305.
    Giovanni d'Armagnac stipula il 16 ottobre 1390 a Mende un trattato con la repubblica toscana. Il 26 luglio 1391 il suo esercito è "tagliato a pezzi dalle truppe viscontee".
    Circa Giovanni d'Armagnac, ricordiamo che era il fratello di Beatrice d'Armagnac, detta «la gaie Armagnageoise», moglie di Carlo Visconti dal 1382. L'anno prima Beatrice era rimasta vedova di Gaston de Bearn o de Foix, nato nel 1365.
    «Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi l'indussero, malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la Savoia un corpo di diecimila Francesi, comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il comandante conte d'Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti, figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie Beatrice d'Armagnac.» [P. Verri, «Storia di Milano», I, Marelli, Milano 1783, p. 412]

    In margine alla prima lettera, laddove Galeotto accusa quel sistema che genera la ricchezza della nuova società fiorentina («Illa, illa urbs petenda est, unde pecuniarum auxilia prodeunt, unde erumpunt fraudes...»), si può osservare che nel nostro Cardinale agiscono non soltanto gli istinti legittimi della difesa di interessi famigliari, ma incontriamo pure una ben precisa visione politica, tipica della gerarchia ecclesiastica, non basata sul valore del censo economico "conquistato" e non ereditato, ma fondata su quello che scaturisce dall'esercizio del potere e delle armi che lo sorreggono.
    Già i Comuni avevano spogliato i Vescovi della giurisdizione politica sulle città. La posizione di Galeotto è quindi una significativa immagine dello scontro ideologico, si direbbe oggi, che agita il suo tempo.

    Tra le genti d'arme assoldate nel 1388 c'è un Giantedesco da Pietramala, figlio di Marco, considerato valorosissimo, e celebrato capitano di ventura, poi onorato da una statua equestre di Giacomo della Quercia nel Duomo di Siena.

    «Ebbe tre figli illegittimi», conclude la nota biografica del Cardinal Galeotto di Pietramala che illustra la genealogia del nostro personaggio nel cit. volume di Ubaldo Pasqui (p. 394).
    Si tratta di una notizia falsa. Questi tre figli «naturali» sono fratelli di Marco, figlio di un altro Galeotto Tarlati, cit. appunto a p. 58 del suo stesso lavoro, nel terzo volume dove appare la falsa genealogia. Un Galeotto che è anteriore al nostro cardinale, e che fu signore di San Niccola e di Soci, come leggiamo a p. 375 (cap. 6) della «Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo», di J. C. L. Sismondo Sismondi, I, Storm-Armiens, Lugano 1838 (cfr. anche p. 413, tomo VI, dell'ed. italiana 1818, s.l.).
    I nomi di questi tre inesistenti figli illegittimi del Cardinale sono riportati nella genealogia dello stesso, di p. 390: Tommaso, Betto, Guido.
    Tra parentesi.
    Tommaso rimanda al nonno del Cardinale, detto Masio o Magio.
    Betto, ovvero Benedetto, richiama Benedetto Sinigardi (1190-1282), figlio di una Elisabetta Tarlati, compagno di San Francesco e poi proclamato beato. Da ricordare pure che si rinnova anche un nome celebre nella storia della letteratura, perché ad un Tommaso di Pietramala, Cino da Pistoia indirizzò la canzone Lo gran disio che mi stringe cotanto, chiedone la sua protezione in qualità di capitano del popolo della sua città. Siamo nel 1303. Il testo della parte della canzone di Cino da Pistoia che ci interessa, è il seguente: «Canzone, vanne così chiusa chiusa / entro 'n Pistoia, a quel di Pietramala, / e giungi da quell'ala, / da la qual sai che 'l nostro segnor usa; / poi dì, se v'è 'l diritto segno, in agio: / "Guardami, come déi, da cor malvagio"».
    Sull'argomento, cfr. M. Barbi, «Studi danteschi», V, 1922, p. 120; S. Ferrara, «La poésie politique de Cino da Pistoia», in «La poésie politique dans l'Italie médieval», a cura di A. Fontes Baratto, M. Marietti, C. Perrus, Parigi 2005, pp. 215-256, p. 232.
    Infine Guido ricorda il Vescovo Guido Tarlati, Signore di Arezzo dal 14 aprile 1321 alla morte, avvenuta il 21 ottobre 1327.

    Nota bibliografica, su altri volumi consultati:
    L. Mayeul Chaudon, «Nuovo dizionario istorico», XXVI, Morelli, Napoli 1794
    F.-Z. Collombet, «Histoire de la Sainte Église de Vienne», II, Lecoffre, Parigi 1847
    Bernardo da Decimo, Secoli serafici, Viviani, Firenze 1757, pp. 68-69
    Su Petrarca, cfr. pure J. Spicka, «La sentina dei vizi: poetica e motivi del Liber sine nomine di Petrarca», «Critica letteraria», 146, a. 38, fasc. 1, Napoli 2010, pp. 3-20.
    Per Onofrio Panvinio, si veda in «Dizionario Biografico degli Italiani», 81 (2014), la voce redatta da Stefan Bauer.


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  • Documenti.
    Dall'epistola XVIII delle «Sine nomine» di F. Petrarca.
    «Tam calidi tamque precipites in Venerem senes sunt. Tanta eos etatis et status et virium cepit oblivio. Sic in libidines inardescunt, sic in omne ruunt dedecus quasi omnis eorum gloria non in cruce Cristi sit, sed in commessationibus et ebrietatibus et que has sequuntur in cubilibus impudicitiis. Sic fugientem manu retrahunt iuventam atque hoc unum senectutis ultime lucrum putant, ea facere que iuvenes non auderent. Hos animos et hos nervos tribuit hinc Bacchus indomitus, hinc orientalium vis Baccharum. O ligustici et campani palmites, o dulces arundines et indice nigrantes arbustule ad honestas delitias et comoditates hominum create, in quos usus et quantam animarum pernitiem clademque vertimini! Spectat hec Satan ridens atque in pari tripudio delectatus interque decrepitos ac puellas arbiter sedens stupet plus illos agere quam se hortari; ac ne quis rebus torpor obrepat, ipse interim et seniles lumbos stimulis incitat et cecum peregrinis follibus ignem ciet, unde feda passim oriuntur incendia. Mitto stupra, raptus, incestus, adulteria, qui iam pontificalis lascivie ludi sunt. Mitto raptarum viros, ne mutire audeant, non tantum avitis laribus, sed finibus patriis exturbatos, queque contumeliarum gravissima est, et violatas coniuges et externo semine gravidas rursus accipere ac post partum reddere ad alternam satietatem abutentium coactos. Que omnia non unus ego, sed vulgus novit et si taceat, quamvis, ne id ipsum taceat, iam maior est indignatio quam metus et minacem libidinem vicit dolor. Hec, inquam, universa pretereo. Malo quidem te hodie ad risum quam ad iracundiam provocare. Ira enim que ulcisci nequit in se flectitur et in dominum suum sevit.»

    NOTE
    La biblioteca di Galeotto.
    Cfr. J. Perarnau I Espelt, «Cent vint anys d'aportacions al coneixement de la biblioteca papal de Peníscola», «Arxiu de textos catalans antics», Institut d'Estudis Catalans, 6, Barcelona 1987, pp. 315-338, p. 317.
    Questo ms. (Parigi, Biblioteca Nazionale) è un trattato mistico, il «Liber soliloquiorum animae penitentis ad Deum», eseguito tra il 1387 e il 1398: cfr. E. Castelnuovo, Avignone, «Enciclopedia dell' Arte Medievale» (1991), ad vocem. Esso è cit. tra i testi «qui solebant esse in camera Cervi volantis, nunc vero sunt in magna libraria turris» del «Cabinet de travail» di Benedetto XIII, come risulta dall'inventario M. Faucon, La librairie des papes d'Avignon, sa formation, sa compositions, ses catalogues (1316-1420), d'après les registres de comptes et d'inventaires des Archives vaticanes, Paris, 1886-1887, t. II, p. 27-31.
    Esso risulta «copertus de sinerisio colore»: cfr. il cit. testo di Pommerol-Monfrin, «La Bibliothèque pontificale à Avignon et à Peñiscola», I, Rome, 1991, pp. 127, 322.
    Cfr. Emile-A. Van Moe, «Deux manuscrits de la bibliothèque de Benoît XIII», Bibliothèque de l'école des chartes, 1940, 101. pp. 218-220, p. 219: «C'est un traité ascétique demeuré anonyme et dont nous ne connaissons pas d'autre exemplaire: "Liber soliloquiorum animae penitentis ad Deum pro impetranda de peccatis venia et gratia lacrymarum". Ce qui fait le mérite, qu'on n'a pas encore signalé, de notre ms., ce sont les initiales historiées qui commencent chacune de ses parties. Au fol. 5, on voit Madeleine aux pieds du Christ. A côté d'elle, un personnage en chape rouge peut parfaitement être reconnu, grâce au chapeau rouge placé à côté de lui: c'est le cardinal de Pietramala. On peut penser qu'il s'agit d'un véritable portrait». Dalla scheda relativa al «Liber Soliloquiorum Animae Paenitentis» della Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Paris, riporto: «Au f. 1, blason peint: d'azur à six carreaux d'or, trois, deux et un, avec la note suivante de la main de Baluze: "Insignia Galeotti Tarlati de Petramala, facti cardinalis ab Urbano VI, anno 1378"; au début de nombreux cahiers subsiste la mention contemporaine: "Pro domino cardinali de Petramala"». Per la provenienza si precisa: «Petramala, Galeotus Tarlatus de; Benedict XIII, Antipope; Fuxo, Petrus de; College de Foix; Colbert, Jean Baptiste; Bibliothèque nationale de France».
    Cfr. «mirabileweb.it», sito promosso dalla Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino e dalla Fondazione Ezio Franceschini.

    A proposito di Galland, «Les papes d'Avignon et la Maison de Savoie (1309-1409)», già cit., quel testo prosegue: «Ces deux cardinaux se trouvèrent complètement déconcertés lorsqu'éclata la rupture entre Urbain VI et Charles de Duras à la fin de 1384. En effet, le pape de Rome, désormais plein de méfiance pour son entourage, se laissa aller à des manifestations de fureur et à des gestes d'une rare violence: il fit torturer et emprisonner les six cardinaux qui l'avaient accompagnés à Naples. Pileo et Galeotto étaient de ceux qui pouvaient redouter le même sort: en effet, le cardinal de Ravenne s'était compromis en essayant de réconcilier Urbani VI avec Duras, et on pouvait reprocher à Pietramala ses ouvertures en faveur des clémentins. Dès 1385, Pileo se joignit à d'autres cardinaux pour dénoncer la violence du pape dans un long manifeste adressé au clergé de Rome 121. C'était la rupture: elle fut consommée l'année suivante. Pileo et Galeotto décidèrent ensemble de fuir l'Italie. Ils se réfugièrent d'abord à Pavie chez Gian Galeazzo Visconti et publièrent un nouveau manifeste contre le pape qui les avait créés (8 août 1386). Enfin, en 1387, ils se rendirent à Avignon et firent leur soumission à Clément VII». («Les cardinaux de Ravenne et de Pietramala, ayant intercédé en faveur de leurs collègues prisonniers, se crurent menacés à leur tour, et prirent la fuite»: cfr. N. Valois, La France et le grand schisme d'Occident, II, Picard, Paris 1896, p. 118. Sul ruolo di Galeotto, cfr. qui pure p. 187, alla nota 3, dove si definisce «piccante» l'episodio che vede il nostro Cardinale della corte d'Avignone complimentarsi con Gian Galeazzo Visconti per la sua vittoria: «à vrai dire», osserva Valois, questo Tarlati si rallegrava della sconfitta di Firenze con una lettera datata Avignone, 17 agosto 1391. Nel 1386 Galeotto Tarlati era scappato a Milano presso Gian Galeazzo Visconti, come si vedrà infra, fuggendo da Urbano VI, prima di recarsi ad Avignone.

    Abbiamo già visto che nel 1379 i Francescani scismatici nel loro Anticapitolo generale di Napoli, convocato da frate Leonardo da Giffone, ovvero Leonardo de Rossi (1335-1407), già fatto Cardinale dall'Antipapa il 18 dicembre 1378, lo appoggiano. Rossi è poi arrestato dal Legato Apostolico Cardinal de Sangro, e sconta cinque anni di durissimo carcere ad Aversa, prima di fuggire ad Avignone, dove è ben accolto. Poi volta le spalle all'antipapa Benedetto XIII per la sua ostinazione e pertinacia, scrivendo contro di lui un trattato, con cui lo considera un eretico.


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  • 11. Il ricordo di Cola di Rienzo


    L'epistola di Galeotto «Ad Romanos» (1394) nasce dalla speranza che il popolo dell'Urbe possa cacciare il suo Papa, per sottomettere l'intera cristianità a quello di Avignone.
    Il fallimento delle missioni diplomatiche ad Avignone (1397) farà cambiare idea a Galeotto, assieme alla presa d'atto della sua situazione personale, con la privazione dei redditi della località di Noves riconosciutigli dal Papa Clemente VII.
    Nell'epistola «Ad Romanos» si proietta il ricordo storico di quanto accaduto tra 1353 e 1354, durante la cosiddetta «cattività avignonese» (1305-1377).
    Innocenzo VI (Étienne Aubert), eletto il 18 dicembre 1352, dopo che ha inviato in Italia il Cardinale Egidio Albornoz per la restaurazione del potere ecclesiastico, utilizza Cola di Rienzo per cacciare il nuovo Tribuno Francesco Baroncelli (appartenente ad una famiglia popolana), e lo fa Senatore.
    Ma una rivolta aristocratica, attraverso una sommossa popolare, fa crollare il governo di Cola che, fuggendo travestito da carbonaro, è catturato ed ucciso (8 ottobre 1354).

    Tutta la vicenda politica di Cola di Rienzo è avvolta nelle trame politico-religiose. Se nel 1342 è ambasciatore ad Avignone del Governo popolare romano presso Papa Clemente VI; nel luglio 1351, rifugiatosi presso Carlo IV di Boemia a Praga perché cacciato da Roma grazie ad una sommossa popolare, è prelevato e condotto ad Avignone da tre messi papali, dopo che era stato dichiarato eretico per inobbedienza alle cose di Chiesa.
    La sua nomina a Senatore ed il suo diventare strumento della politica ecclesiastica, decretano il fallimento del mito popolare di Cola di Rienzo.
    Alla vicenda di Cola è legato anche Francesco Petrarca, per la sua lettera (anch'essa intitolabile «Ad Romanos») spedita da Avignone («Sine nomine», IV,10 agosto 1352) in cui si elogia il di lui tentativo di salvare la repubblica, spaventando i malvagi e dando ai buoni liete speranze.
    Mentre pendeva sul capo di Cola la minaccia di morte sul rogo in quanto eretico, Petrarca (che aveva conosciuto Cola ad Avignone nel 1342, quando Cola agiva quale ambasciatore del Governo popolare romano), scrive ai cittadini dell'Urbe perché intervenissero con decisione e senza paura in favore del loro concittadino [Dotti, p. 266].
    Di questo intervento Galeotto aveva ben presente il peso ed il significato, mentre pure lui si rivolgeva «Ad Romanos», perché prestassero obbedienza a Benedetto XIII.
    D'altra parte non poteva ignorare il quadro che Francesco Petrarca aveva tracciato della stessa Avignone, definendola luogo di corruzione, in cui Satana sedeva «arbitro tre le ragazze e quei vecchi decrepiti» («Sine nomine», XVIII), e dove avveniva di tutto per «il divertimento della lascivia papale» che creava una prostituzione oscena perché nascosta dietro il paravento della Religione.
    Petrarca accusa la corte papale d'Avignone di corruzione anche nei cosiddetti «Sonetti babilonesi» (136, 137, 138) e nelle egloghe sesta e settima [Wilkins, p. 78]. Nell'epistola XVIII (penultima) delle «Sine nomine», si parla di vecchi e lascivi bambocci che bruciano nella libidine, precipitando in ogni vergogna, per tacere degli stupri, dei rapimenti, degli incesti, degli adulterii, «che rappresentano ormai il divertimento della lascivia papale» [«qui iam pontificalis lascivie ludi sunt»]» [Dotti, pp. 206-210].
    Ci sono donne rapite, «violate e ingravidate da seme altrui», poi riofferte dopo il parto «all'alterna sazietà di chi le usa a suo godimento», mentre i loro mariti sono costretti a riprendersi le loro mogli «per rioffrirle di nuovo, dopo il parto, all'alterna sazietà di chi le usa a suo godimento».


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