• Sigismondo

     

     

     

     

     

     

     

     

    Brescia, ottobre 1418: papa Martino V (Oddone Colonna) arriva presso Pandolfo III Malatesti signore della città. Rientra da Costanza dove è stato eletto l'8 novembre 1417 e dove il 22 aprile ha chiuso il concilio che ha posto fine allo scisma occidentale. Martino V conosce bene i Malatesti. Sua nipote Vittoria Colonna nel 1416 ha sposato Carlo, figlio del signore di Pesaro, Malatesta I. Li apprezza per quello che hanno fatto prima e durante il concilio di Costanza. Ai cui lavori è intervenuto un altro Carlo Malatesti (1368-1429), signore di Rimini e rettore vicario della Romagna dal 1385, come procuratore speciale di Gregorio XII "ad sacram unionem perficendam". Sua moglie è Elisabetta Gonzaga, donna colta e coraggiosa.
    Il 24 febbraio 1421 finisce a Brescia la signoria dei Malatesti: Pandolfo III manda a Rimini Sigismondo (nato il 19.6.1417) e Novello (6.4.1418), avuti da Antonia da Barignano. È proprio Elisabetta che a Rimini si prende cura della loro educazione. Pandolfo III muore a 57 anni il 4 ottobre 1427, durante un pellegrinaggio a piedi da Rimini a Loreto. Invocava un po' di salute, dopo le fresche nozze (12 giugno) con una fanciulla, Margherita Anna dei conti Guidi di Poppi.
    Defunto Carlo di Rimini (14.9.1429), il ruolo di Elisabetta nella vita di Sigismondo e Novello diventa ancor più fondamentale. Carlo nel 1428 li ha fatti legittimare da Martino V, assieme al loro fratellastro Galeotto Roberto (1411-1432), nato da Allegra dei Mori. Nello stesso 1428 Galeotto ha sposato Margherita d'Este, figlia di Nicolò III signore di Ferrara.
    Elisabetta Gonzaga riversa su Galeotto Roberto, Sigismondo e Novello i frutti di una formazione intellettuale e politica di stampo umanistico, maturata nella famiglia d'origine e presso la corte riminese. Sa che la vita non è frutto del caso, ma dell'operare individuale, secondo il pensiero di Leonardo Bruni: il perfezionamento delle persone avviene "ex civili societate", sotto la guida della filosofia.
    Bruni nel 1409 era giunto presso Carlo Malatesti, quale segretario pontificio per incontrare papa Gregorio XII ospite del signore di Rimini. Nel "De studiis et litteris" (1422-25), Bruni progetta l'incontro fra la tradizione cristiana e la filosofia greco-romana, con un modello seguìto da Sigismondo nell'ideare il suo tempio.
    Di Antonia, trasferitasi in Romagna con quattro fratelli, immaginiamo una silenziosa presenza accanto ai figli sino alla scomparsa di Elisabetta Gonzaga (1432).


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  • Sigismondo

     

     

     

     

     

     

     

     

    Estate del 1416. Antonia da Barignano è una ragazzina quando incontra a Brescia Pandolfo III dei Malatesti che ha 46 anni, è vedovo da 18, ed ha un'amante, Allegra de' Mori, pure lei bresciana, che nel 1411 gli ha dato un figlio, Galeotto Roberto, futuro Signore di Rimini (1429-32), morto «con opinione di Santità».
    Antonia è sedotta da Pandolfo III che la ingravida di Sigismondo Pandolfo il quale nasce il 19 giugno 1417. Meno di un anno dopo (il 6 aprile 1418), Antonia partorisce Malatesta Novello, futuro Signore di Cesena.
    Donna di forte temperamento, anticonformista e decisa, la definisce la prof. Bianca Orlandi, la quale ricorda che Antonia scompare il 20 maggio 1471, sopravvivendo ai figli: Malatesta Novello muore nel 1465, Sigismondo nel 1468.
    Intelligente, saggia, concreta, ma anche prudente e sufficientemente docile rispetto alle regole di corte, scrive ancora Orlandi nel volume sulle donne di casa Malatesti, edito nel 2004 da Bruno Ghigi, a cura della prof. Anna Falcioni.
    Signore di Rimini, quando nasce Sigismondo, è suo zio Carlo (1368-1429). Nel 1415 un Maestro di Grammatica, Sampierino del fu Bartolino, aveva lasciato per testamento a Carlo una casa. Il nipote di Carlo, Galeotto Roberto Malatesti (il ricordato figlio di Pandolfo III e di Allegra de' Mori), che guida il governo cittadino, il primo luglio 1430 vende la casa di Sampierino per seguire l'intenzione dello zio Carlo, di "volere col prezzo di quella erigere in Rimini una Biblioteca a vantaggio di studenti poveri", come ricorda Luigi Tonini.
    Il denaro ricavato dalla vendita della casa, è consegnato da Galeotto Roberto al Vescovo di Rimini Girolamo, con l'incarico (prosegue Tonini) di erogarlo "pro fabrica et in auxilio fabricae Bibliothecae, et Libreriae antedictae" presso il convento di San Francesco.
    Nasce così la prima Biblioteca "pubblica" d'Italia (che sarà arricchita dallo stesso Sigismondo), e la prima Biblioteca Malatestiana, essendo quella di Cesena del 1452. Nel 1455 quella di Rimini, scrive Roberto Valturio, possiede già moltissimi libri sacri e profani, e di tutte le migliori discipline. Nel 1475 Valturio scrive nel testamento che tutta la propria biblioteca vada proprio alla "libreria" in San Francesco .
    Nel 1619 Alessandro Gambalunga lascia alla città di Rimini sia il palazzo che porta ancora il suo nome sia la Biblioteca posta "nella stanza da basso", che diventa la prima biblioteca "civica" d'Italia.


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  • NOTE BIBLIOGRAFICHE GENERALI
    R. Brun, «Annales avignonnaises de 1382 à 1410 extraites des archives de Datini, dans Mémoires de l'Institut historique de Provence.
    R. Brun, «Annales avignonnaises de 1382 à 1410, extraites des archives de Datini», «Mémoires de l'Institut historique de Provence», 12 , Marsiglia 1935.
    H. Gilles, «La vie et les œuvres de Gilles Bellemère», Bibliotheque de L'Ecole des Chartes, CXXIV, Paris 1966. (Alle pp. 117-118, si richiama un documento, il G 449, n° 1, custodito presso «Archives départementales de Vaucluse et de Haute-Loire», e si cita da M. Mielly, «Trois fiefs de Vévêché d'Avignon: Noves, Agel et Verquîères des origines à 1481, Uzès, 1942, p. 260-261.)
    A. Bartocci, «Il cardinale Bonifacio Ammannati legista avignonese ed un suo opuscolo contra Bartolum sulla capacità successoria dei Frati Minori», «Rivista internazionale di Diritto Comune», 17, Roma 2006, pp. 251-297, p. 267.
    Sul ruolo culturale di Amedeo di Saluzzo, cfr. P. Rosso, «Cultura e devozione fra Piemonte e Provenza. Il testamento del cardinale Amedeo di Saluzzo (1362-1419)», Cuneo 2007,
    «Le spoglie del Tarlati furono successivamente traslate nella cappella di San Pietro d'Alcantara, anche detta del Cardinale, posta sopra l'originaria 'cella del faggio', odierna cappella della Maddalena», si legge in nota ad un saggio di M. Mussolin, «Deserti e crudi sassi: mito, vita religiosa e architetture alla Verna dalle origini al primo Quattrocento» pp. 117-136, in «Altro monte non ha più santo il mondo», a cura di N. Baldini, Firenze 2012, p. 125, nota 19.
    In F. Gonzaga, «De origine Seraphicae religionis Franciscanae eiusque progressibus», ex typographia Dominici Basae, Roma 1587, p. 235, si legge che le ceneri dell'illustrissimo Cardinale Galeotto furono poste in una cappella voluta da Caterina da Pietramala, consorte di Roberto, all'inizio del XIV sec., nel luogo dove era stata la prima cella di san Francesco: «Id sacellum, quod passim Cardinalis Cardinalis dicitur, fuit prima beati Francisci cellula».
    Che Roberto sia il nonno di Galeotto è attestato da un documento che si legge in L. Tonini, «Rimini nella Signoria de' Malatesti», Albertini, Rimini 1880, IV, 2, p. 173, e richiamato in IV, 1, p. 260.
    Su Roberto da Pietramala, cfr. sub 1347 in «Cronache Malatestiane dei secoli XIV e XV», tomo XV, 2 delle «Rerum Italicarum Scriptores», a cura di A. F. Massèra, Bologna 1922, p. 16.
    La cappella fu dedicata a Santa Maria Maddalena, come scrive padre Francesco da Menabbio nel «Compendio delle maraviglie del sacro monte della Verna», Ad istanza di Niccolò Taglini, Venezia 1694, p. 25. Esistono altre edizioni del volume, «in Fiorenza, per Pietro Nesti al Sole», 1636, e quella veneziana del 1782, in cui alle pp. 38-39 troviamo: «Dicesi ancora la Cappella del Cardinale, perché in essa riposano l'ossa dell'Eminentissimo Galeotto degl'Ubertini d'Arezzo, Conte di Pietra Mala, e Cardinale di S. Chiesa, il quale morì in Avignone nel tempo dello Scisma, che accadde sotto Urbano VI e le sue ossa furono quassù portate, e sepolte in detta Cappella conforme egli aveva ordinato, per la singolare divozione, che portava a S. Francesco». Il passo con «Galeotto degl'Ubertini» suggerisce, ci sembra ovviamente, il cognome della nonna Caterina.
    (Questo stesso testo è nell'edizione fiorentina, presso la Stamperia granducale, 1856, pp. 29-30.)
    Della cappella voluta da Roberto da Pietramala e da sua moglie Caterina, si parla pure in B. Mazzara, «Leggendario francescano», III, Poletti, Venezia 1689, p. 70. Cfr. pure G. Rondinelli, «Relazione sopra lo stato antico e moderno della città d'Arezzo ecc.», Bellotti, Arezzo 1755, p. 48.
    Circa il 1386, in L. Maimbourg, «Histoire du grand schisme d'Occident», Mabre-Cramoisy, Parigi 1686, p. 218, si parla di Urbano VI e dell'uccisione dei sei cardinali: qualunque sia stato di modo di farli morire, diversi secondo le fonti, resta il fatto che questa serie di omicidi «est assez conforme à son humeur, plûtost cruelle que severe, qui le rendit extrêmement odieux à ceux- mêmes qui étoient ses plus affidez. En effet, deux des Cardinaux qui l'avoient le mieux servi, Piles de Prate Arcivêque de Ravenne, & Galeot Tarlat de Pietra-mala, redoutant cét esprit vindicativ, s'allerent rendre au Pape Clement, qui les mit au nombre de ses Cardinaux».

    Sull'intervento di Giovanni d'Armagnac, cfr. A. Antonielli - F. Novati. «Un frammento di zibaldone cancelleresco lombardo del primissimo Quattrocento. Testo ed illustrazioni storico-critiche ai documenti contenuti nel Frammento Pallanzese», Archivio Storico Lombardo, 1913, Serie IV, vol. 20, fasc. 40, pp. 304-305.
    Giovanni d'Armagnac stipula il 16 ottobre 1390 a Mende un trattato con la repubblica toscana. Il 26 luglio 1391 il suo esercito è "tagliato a pezzi dalle truppe viscontee".
    Circa Giovanni d'Armagnac, ricordiamo che era il fratello di Beatrice d'Armagnac, detta «la gaie Armagnageoise», moglie di Carlo Visconti dal 1382. L'anno prima Beatrice era rimasta vedova di Gaston de Bearn o de Foix, nato nel 1365.
    «Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi l'indussero, malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la Savoia un corpo di diecimila Francesi, comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il comandante conte d'Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti, figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie Beatrice d'Armagnac.» [P. Verri, «Storia di Milano», I, Marelli, Milano 1783, p. 412]

    In margine alla prima lettera, laddove Galeotto accusa quel sistema che genera la ricchezza della nuova società fiorentina («Illa, illa urbs petenda est, unde pecuniarum auxilia prodeunt, unde erumpunt fraudes...»), si può osservare che nel nostro Cardinale agiscono non soltanto gli istinti legittimi della difesa di interessi famigliari, ma incontriamo pure una ben precisa visione politica, tipica della gerarchia ecclesiastica, non basata sul valore del censo economico "conquistato" e non ereditato, ma fondata su quello che scaturisce dall'esercizio del potere e delle armi che lo sorreggono.
    Già i Comuni avevano spogliato i Vescovi della giurisdizione politica sulle città. La posizione di Galeotto è quindi una significativa immagine dello scontro ideologico, si direbbe oggi, che agita il suo tempo.

    Tra le genti d'arme assoldate nel 1388 c'è un Giantedesco da Pietramala, figlio di Marco, considerato valorosissimo, e celebrato capitano di ventura, poi onorato da una statua equestre di Giacomo della Quercia nel Duomo di Siena.

    «Ebbe tre figli illegittimi», conclude la nota biografica del Cardinal Galeotto di Pietramala che illustra la genealogia del nostro personaggio nel cit. volume di Ubaldo Pasqui (p. 394).
    Si tratta di una notizia falsa. Questi tre figli «naturali» sono fratelli di Marco, figlio di un altro Galeotto Tarlati, cit. appunto a p. 58 del suo stesso lavoro, nel terzo volume dove appare la falsa genealogia. Un Galeotto che è anteriore al nostro cardinale, e che fu signore di San Niccola e di Soci, come leggiamo a p. 375 (cap. 6) della «Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo», di J. C. L. Sismondo Sismondi, I, Storm-Armiens, Lugano 1838 (cfr. anche p. 413, tomo VI, dell'ed. italiana 1818, s.l.).
    I nomi di questi tre inesistenti figli illegittimi del Cardinale sono riportati nella genealogia dello stesso, di p. 390: Tommaso, Betto, Guido.
    Tra parentesi.
    Tommaso rimanda al nonno del Cardinale, detto Masio o Magio.
    Betto, ovvero Benedetto, richiama Benedetto Sinigardi (1190-1282), figlio di una Elisabetta Tarlati, compagno di San Francesco e poi proclamato beato. Da ricordare pure che si rinnova anche un nome celebre nella storia della letteratura, perché ad un Tommaso di Pietramala, Cino da Pistoia indirizzò la canzone Lo gran disio che mi stringe cotanto, chiedone la sua protezione in qualità di capitano del popolo della sua città. Siamo nel 1303. Il testo della parte della canzone di Cino da Pistoia che ci interessa, è il seguente: «Canzone, vanne così chiusa chiusa / entro 'n Pistoia, a quel di Pietramala, / e giungi da quell'ala, / da la qual sai che 'l nostro segnor usa; / poi dì, se v'è 'l diritto segno, in agio: / "Guardami, come déi, da cor malvagio"».
    Sull'argomento, cfr. M. Barbi, «Studi danteschi», V, 1922, p. 120; S. Ferrara, «La poésie politique de Cino da Pistoia», in «La poésie politique dans l'Italie médieval», a cura di A. Fontes Baratto, M. Marietti, C. Perrus, Parigi 2005, pp. 215-256, p. 232.
    Infine Guido ricorda il Vescovo Guido Tarlati, Signore di Arezzo dal 14 aprile 1321 alla morte, avvenuta il 21 ottobre 1327.

    Nota bibliografica, su altri volumi consultati:
    L. Mayeul Chaudon, «Nuovo dizionario istorico», XXVI, Morelli, Napoli 1794
    F.-Z. Collombet, «Histoire de la Sainte Église de Vienne», II, Lecoffre, Parigi 1847
    Bernardo da Decimo, Secoli serafici, Viviani, Firenze 1757, pp. 68-69
    Su Petrarca, cfr. pure J. Spicka, «La sentina dei vizi: poetica e motivi del Liber sine nomine di Petrarca», «Critica letteraria», 146, a. 38, fasc. 1, Napoli 2010, pp. 3-20.
    Per Onofrio Panvinio, si veda in «Dizionario Biografico degli Italiani», 81 (2014), la voce redatta da Stefan Bauer.


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  • Documenti.
    Dall'epistola XVIII delle «Sine nomine» di F. Petrarca.
    «Tam calidi tamque precipites in Venerem senes sunt. Tanta eos etatis et status et virium cepit oblivio. Sic in libidines inardescunt, sic in omne ruunt dedecus quasi omnis eorum gloria non in cruce Cristi sit, sed in commessationibus et ebrietatibus et que has sequuntur in cubilibus impudicitiis. Sic fugientem manu retrahunt iuventam atque hoc unum senectutis ultime lucrum putant, ea facere que iuvenes non auderent. Hos animos et hos nervos tribuit hinc Bacchus indomitus, hinc orientalium vis Baccharum. O ligustici et campani palmites, o dulces arundines et indice nigrantes arbustule ad honestas delitias et comoditates hominum create, in quos usus et quantam animarum pernitiem clademque vertimini! Spectat hec Satan ridens atque in pari tripudio delectatus interque decrepitos ac puellas arbiter sedens stupet plus illos agere quam se hortari; ac ne quis rebus torpor obrepat, ipse interim et seniles lumbos stimulis incitat et cecum peregrinis follibus ignem ciet, unde feda passim oriuntur incendia. Mitto stupra, raptus, incestus, adulteria, qui iam pontificalis lascivie ludi sunt. Mitto raptarum viros, ne mutire audeant, non tantum avitis laribus, sed finibus patriis exturbatos, queque contumeliarum gravissima est, et violatas coniuges et externo semine gravidas rursus accipere ac post partum reddere ad alternam satietatem abutentium coactos. Que omnia non unus ego, sed vulgus novit et si taceat, quamvis, ne id ipsum taceat, iam maior est indignatio quam metus et minacem libidinem vicit dolor. Hec, inquam, universa pretereo. Malo quidem te hodie ad risum quam ad iracundiam provocare. Ira enim que ulcisci nequit in se flectitur et in dominum suum sevit.»

    NOTE
    La biblioteca di Galeotto.
    Cfr. J. Perarnau I Espelt, «Cent vint anys d'aportacions al coneixement de la biblioteca papal de Peníscola», «Arxiu de textos catalans antics», Institut d'Estudis Catalans, 6, Barcelona 1987, pp. 315-338, p. 317.
    Questo ms. (Parigi, Biblioteca Nazionale) è un trattato mistico, il «Liber soliloquiorum animae penitentis ad Deum», eseguito tra il 1387 e il 1398: cfr. E. Castelnuovo, Avignone, «Enciclopedia dell' Arte Medievale» (1991), ad vocem. Esso è cit. tra i testi «qui solebant esse in camera Cervi volantis, nunc vero sunt in magna libraria turris» del «Cabinet de travail» di Benedetto XIII, come risulta dall'inventario M. Faucon, La librairie des papes d'Avignon, sa formation, sa compositions, ses catalogues (1316-1420), d'après les registres de comptes et d'inventaires des Archives vaticanes, Paris, 1886-1887, t. II, p. 27-31.
    Esso risulta «copertus de sinerisio colore»: cfr. il cit. testo di Pommerol-Monfrin, «La Bibliothèque pontificale à Avignon et à Peñiscola», I, Rome, 1991, pp. 127, 322.
    Cfr. Emile-A. Van Moe, «Deux manuscrits de la bibliothèque de Benoît XIII», Bibliothèque de l'école des chartes, 1940, 101. pp. 218-220, p. 219: «C'est un traité ascétique demeuré anonyme et dont nous ne connaissons pas d'autre exemplaire: "Liber soliloquiorum animae penitentis ad Deum pro impetranda de peccatis venia et gratia lacrymarum". Ce qui fait le mérite, qu'on n'a pas encore signalé, de notre ms., ce sont les initiales historiées qui commencent chacune de ses parties. Au fol. 5, on voit Madeleine aux pieds du Christ. A côté d'elle, un personnage en chape rouge peut parfaitement être reconnu, grâce au chapeau rouge placé à côté de lui: c'est le cardinal de Pietramala. On peut penser qu'il s'agit d'un véritable portrait». Dalla scheda relativa al «Liber Soliloquiorum Animae Paenitentis» della Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Paris, riporto: «Au f. 1, blason peint: d'azur à six carreaux d'or, trois, deux et un, avec la note suivante de la main de Baluze: "Insignia Galeotti Tarlati de Petramala, facti cardinalis ab Urbano VI, anno 1378"; au début de nombreux cahiers subsiste la mention contemporaine: "Pro domino cardinali de Petramala"». Per la provenienza si precisa: «Petramala, Galeotus Tarlatus de; Benedict XIII, Antipope; Fuxo, Petrus de; College de Foix; Colbert, Jean Baptiste; Bibliothèque nationale de France».
    Cfr. «mirabileweb.it», sito promosso dalla Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino e dalla Fondazione Ezio Franceschini.

    A proposito di Galland, «Les papes d'Avignon et la Maison de Savoie (1309-1409)», già cit., quel testo prosegue: «Ces deux cardinaux se trouvèrent complètement déconcertés lorsqu'éclata la rupture entre Urbain VI et Charles de Duras à la fin de 1384. En effet, le pape de Rome, désormais plein de méfiance pour son entourage, se laissa aller à des manifestations de fureur et à des gestes d'une rare violence: il fit torturer et emprisonner les six cardinaux qui l'avaient accompagnés à Naples. Pileo et Galeotto étaient de ceux qui pouvaient redouter le même sort: en effet, le cardinal de Ravenne s'était compromis en essayant de réconcilier Urbani VI avec Duras, et on pouvait reprocher à Pietramala ses ouvertures en faveur des clémentins. Dès 1385, Pileo se joignit à d'autres cardinaux pour dénoncer la violence du pape dans un long manifeste adressé au clergé de Rome 121. C'était la rupture: elle fut consommée l'année suivante. Pileo et Galeotto décidèrent ensemble de fuir l'Italie. Ils se réfugièrent d'abord à Pavie chez Gian Galeazzo Visconti et publièrent un nouveau manifeste contre le pape qui les avait créés (8 août 1386). Enfin, en 1387, ils se rendirent à Avignon et firent leur soumission à Clément VII». («Les cardinaux de Ravenne et de Pietramala, ayant intercédé en faveur de leurs collègues prisonniers, se crurent menacés à leur tour, et prirent la fuite»: cfr. N. Valois, La France et le grand schisme d'Occident, II, Picard, Paris 1896, p. 118. Sul ruolo di Galeotto, cfr. qui pure p. 187, alla nota 3, dove si definisce «piccante» l'episodio che vede il nostro Cardinale della corte d'Avignone complimentarsi con Gian Galeazzo Visconti per la sua vittoria: «à vrai dire», osserva Valois, questo Tarlati si rallegrava della sconfitta di Firenze con una lettera datata Avignone, 17 agosto 1391. Nel 1386 Galeotto Tarlati era scappato a Milano presso Gian Galeazzo Visconti, come si vedrà infra, fuggendo da Urbano VI, prima di recarsi ad Avignone.

    Abbiamo già visto che nel 1379 i Francescani scismatici nel loro Anticapitolo generale di Napoli, convocato da frate Leonardo da Giffone, ovvero Leonardo de Rossi (1335-1407), già fatto Cardinale dall'Antipapa il 18 dicembre 1378, lo appoggiano. Rossi è poi arrestato dal Legato Apostolico Cardinal de Sangro, e sconta cinque anni di durissimo carcere ad Aversa, prima di fuggire ad Avignone, dove è ben accolto. Poi volta le spalle all'antipapa Benedetto XIII per la sua ostinazione e pertinacia, scrivendo contro di lui un trattato, con cui lo considera un eretico.


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