• La cappella del Tempio malatestiano detta delle sette Arti liberali, presenta le materie di studio per gli uomini liberi (ai servi toccavano le arti manuali).
    Essa va "letta" con alcune precauzioni di metodo.
    Le materie sono Grammatica, Dialettica, Retorica (il "Trivio"), Aritmetica, Geometria, Musica, Astronomia (il "Quadrivio").
    Nella cappella le immagini sono però diciotto. Per questo motivo uno studioso come Corrado Ricci scrisse che in essa vi è "altro ancora", con un'incerta espressione simbolica delle figure.
    Noi proponiamo una veloce lettura delle diciotto immagini suddivise nelle due colonne laterali ed in tre strisce per colonna, partendo dall'alto verso il basso per ogni striscia che indichiamo con lettera dell'alfabeto.

    Striscia A: la Natura ispira l'Educazione che opera attraverso la Filosofia.
    Strisce B e C, le materie di studio: Letteratura, Storia, Retorica (Arte del discorso), Metafisica (o Teologia), Fisica, Musica.
    Nelle due strisce successive (D, E), si mostra come conoscere la Natura attraverso le Scienze che sono: Geografia, Astronomia, Logica, Matematica, Mitologia e Botanica.
    L'ultima striscia (F) rivela lo scopo della Cultura, ovvero educare ad una vita tra cittadini tutti uguali e quindi liberi: qui le tre immagini rappresentano la Concordia, la Città giusta, e la Scuola.
    Il tema della Concordia ha una doppia lettura. Esso riguarda non soltanto la vita della città (opponendosi ai governi dei prìncipi come Sigismondo), ma pure l'Unione fra le due Chiese (proclamata il 6.7.1439 con un decreto destinato a breve durata). Per quella unione i Malatesti hanno svolto un grande ruolo in nome della Chiesa.
    Nella tavola della Concordia si raffigura un'unione matrimoniale: la donna potrebbe essere Cleofe Malatesti, scelta dal papa come sposa (1421) di Teodoro, figlio dell'imperatore di Costantinopoli, e poi finita uccisa.

    In quest'ultima striscia (F) con la Concordia, la Città giusta, e la Scuola, si dimostra che le «arti liberali» rendono possibile la conquista della libertà come situazione in cui poter realizzare un'armonica convivenza fra gli uomini, e potersi affermare nella società secondo quanto insegnato da Leonardo Bruni con il suo «umanesimo civile».
    Le arti liberali inoltre sono ritenute uno strumento per realizzare un'età nuova attraverso lo studio delle «humanae litterae», alle quali Poggio Bracciolini attribuisce un valore formativo umano e civile, considerando i classici come maestri di virtù civili.
    Vale la lezione petrarchesca della ricerca della «sapientia» che era stata rivolta a far risorgere la «misera Italia».
    Trionfa l'assunto di Coluccio Salutati per il quale gli «studia humanitatis» sono uno strumento per formarsi quali diffusori delle «virtù civili».
    E s'intravede il motto albertiano per cui «tiene giogo la fortuna solo a chi gli si sottomette».
    In questa "immagine" riminese si raccoglie e sviluppa quella che Eugenio Garin ha chiamato «la conquista dell'antico come senso della Storia», con gli elementi tipici del «primo Umanesimo» che fu esaltazione della vita civile non ancora dominata dalle Signorie.
    Ed il fatto che proprio un Signore come Sigismondo offra questa "immagine" di libertà nel suo Tempio, va letto semplicemente quale contrapposizione al potere ecclesiastico.

    L'immagine della Città giusta dell'ultima striscia (F) merita un approfondimento.
    La figura femminile in essa rappresentata, regge con la mano sinistra l'archipendolo, «lo strumento che simbolicamente tutto eguaglia», come scrive Vittorio Marchis in «Storie di cose semplici» (Milano, 2008, p. 46).
    Altre più antiche testimonianze collegano l'archipendolo alla figura di Nèmesi, che con esso misura «la rettitudine delle umane operazioni» (cfr. G. Minervini, «Vaso dipinto di Ruvo», in «Accademia Pontaniana», Fibreno, Napoli 1845, pp. 81-87, 85).
    Nèmesi nella mitologia greca e latina rappresenta la «giustizia distributiva» che punisce chi oltrepassa la giusta misura.
    Secondo Aristotele, la «giustizia distributiva» impone che «gli eguali siano trattati in modo eguale e gli ineguali in modo ineguale, cosicché la polis dovrà distribuire oneri e benefici in modo proporzionale» (M. Rosenfeld, «Enciclopedia delle Scienze Sociali», 2001)
    Vittorio Marchis (p. 47) spiega poi che l'archipendolo resta «simbolo di equilibrio sino a tutta l'età barocca», come testimonia il suo inserimento nell'«Iconologia» di Cesare Ripa (apparsa a Roma nel 1593).
    Da Cesare Ripa riprendiamo due spunti. A noi dalla cultura egizia deriva che, per ritrovare il giusto di una cosa, occorre raddrizzarla come fa l'Archipendolo (p. 456 dell'ed. veneziana del 1645).
    L'Archipendolo «per similitudine» insegna che, «rispetto alla rettitudine e all'uguaglianza della ragione», la virtù «non pende à gl'estremi, mà nel mezzo si ritiene» (ib., p. 191).
    Nella mano destra, infine, la Città giusta regge la «canna», simbolo delle regole morali e delle Leggi della giustizia divina.
    Sul pensiero di Aristotele in tema di giustizia, cfr. il testo di L. Guidetti e G. Matteucci, «Grammatiche del pensiero», Bologna 2012, passim.

     
    Il contesto degli antefatti.
    Per ciò che potremmo chiamare il contesto degli antefatti, inseriamo alcune notizie collegate al nostro tema.

    Di «città giusta» parla nella sua «Laudatio Florentinae urbis» (1404) il Cancelliere fiorentino Leonardo Bruni, richiamandosi ad Aristotele, come osserva Eugenio Garin, nel saggio «La città ideale» (cfr. in «Scienza e vita nel Rinascimento italiano», Bari 1965, pp. 33-56).
    Bruni, contro il mito di Roma, presenta Firenze quale modello ideale di una «città giusta, bene ordinata, armoniosa, bella». Bruni spiega che la città per essere libera dev'essere giusta, con leggi razionali.
    Per quanto ci riguarda, aggiungiamo soltanto che l'Alberti "riminese" del Tempio di Sigismondo, era di famiglia fiorentina.

    Secondo elemento. Come scrive F. Alessio, con l'Umanesimo «compare ex novo quel Platone che il grande ignoto della cultura delle scholae» (cfr. «Il pensiero filosofico», in F. Brioschi e C. Di Girolamo, «Manuale di letteratura italiana», I, Torino 1993, pp. 45-80, p. 77).
    Platone aveva sostenuto che Giustizia nella Città è assolvere per essa il compito per il quale la Natura ci ha resi adatti («Repubblica», IV).
    Come si legge nel «Dizionario filosofico» di N. Abbagnano (1971), la Giustizia «produce accordo ed amicizia», secondo Platone. Il quale ci spiega che per raggiungere la Giustizia dobbiamo avere una vista penetrante, capace di distinguere le parole scritte in carattere minuscolo (che corrispondono alla Giustizia dell'individuo), da quelle che sono scritte in grande, ovvero della Giustizia e delle altre virtù scritte (Cfr. R. Radice, «Platone», Milano 2014, pp. 87-88).

    Infine, apriamo il primo volume de «I sentieri del lettore» di Ezio Raimondi (Bologna, 1994, p. 208) dove troviamo la memoria di una crisi bolognese. Ne parla Lapo di Castiglioncello, attorno al 1430.
    Inaugurando il suo corso universitario di Eloquenza, egli sostiene: si vive in tempi miseri e luttuosi, ai quali occorre reagire con l'ideale dell'uomo «saggio, forte, liberale e temperante», e con il progetto di affidare ai «boni viri» la difesa della comunità dalle «rivolte, dalle guerre civili, dagli omicidi, dalle rovine pubbliche».
    Lapo dimostra così «fede nella rinascita di un mondo morale connesso ai valori più profondi della sapienza antica», osserva Raimondi.

    Infine, va ricordato che, già dai primi decenni del Quattrocento, avviene «una generale riorganizzazione del sistema educativo e dei saperi in chiave storica e antiteologica», per cui la «storia» è «in una volta, comprensione del tempo trascorso e modello del presente» (cfr. N. Gardini, «Rinascimento», Torino 2010, pp. 15, 126).

    Nella scelta delle immagini c'è la mano dello stesso architetto (ed ottimo scrittore) Leon Battista Alberti, seguace di un umanesimo civile che vuole una società nuova diversa dai principati.

    In tutte le immagini è compendiato un programma pedagogico di impronta umanistica: per formare una società rinnovata dalla concordia, si parte dallo studio della natura. In tal modo è eclissata la teologia. Ecco la rivoluzione di Sigismondo e del suo circolo di intellettuali ed artisti, che tanto dispiacque a Pio II.
    Il tema della città nuova si collega a quello della «città ideale» proposto dalla famosa opera della scuola di Piero della Francesca, dietro la quale ci sarebbe invece la mano del progettista del tempio riminese, Leon Battista Alberti, autore del "De Re Aedificatoria" (cfr. G. Morolli, "La vittoria postuma: una città niente affatto 'ideale'", ne "L’Uomo del Rinascimento. Leon Battista Alberti e le arti a Firenze fra Ragione e Bellezza", Firenze 2006, pp. 393-399).
    La «concordia dei cittadini» d’ispirazione ciceroniana, è citata in un proverbio latino: «Concordia civium murus urbium». Di qui il collegamento allegorico tra la stessa concordia e l’arte edificatoria.
    Per la Mitologia si può rimandare a Macrobio che la chiama «narratio fabulosa»: «haec ipsa veritas per quaedam composita et ficta proferetur» ("Commentarii in somnium Scipionis", 2, 7).
    Nel Tempio Malatestiano ci sono due epigrafi scritte nella lingua greca, considerate da Augusto Campana come le prime testimonianze del Rinascimento sia italiano sia europeo. Nella cappella dei Pianeti del Tempio, c'è l'immagine del "rematore", letta di solito come raffigurazione dell'anima di Sigismondo, scesa agli Inferi e risalita in Cielo.
    Essa ci sembra però riassumere la storia dell'Ulisse dantesco ("Inferno", c. 26, vv. 90-142) che ai compagni d'avventura con la sua "orazion picciola" ("fatti non foste a viver come bruti"), lancia un "manifesto pre-umanistico", come lo definisce un noto studioso dell'Alighieri, Franco Ferrucci.
    Ulisse insegna che la nostra dignità sta nel "seguir virtute e canoscenza", anche se ciò può costarci un naufragio in cui però si salva l'uomo. L'uomo di ogni tempo, e non soltanto quello dell'età e delle pagine di Dante. La smorfia del volto del "rematore", richiama l'Ulisse dantesco. I due isolotti rimandano alle colonne d'Ercole. I venti ricordano il "turbo" che affonda la "compagna picciola" (vv. 101-102).
    Alla corte di Rimini nel 1441 prima dell'edificazione del Tempio, era giunto Ciriaco de Pizzecolli d'Ancona (1390-1455). Ciriaco ha frequentato i circoli umanistici di Firenze, ed è un "lettore di Dante" che per la sua ansia di sapere ama presentarsi nei panni d'Ulisse, come leggiamo in Eugenio Garin. A Ciriaco potrebbe attribuirsi il suggerimento del tema di Ulisse da inserire nel Tempio, quale parte del discorso umanistico per la cappella delle Arti liberali.

    Secondo Anthony Grafton, è Ciriaco a comporre le epigrafi riminesi, ispirandosi a quelle napoletane da lui trascritte ("Leon Battista Alberti. Un genio universale", 2003, p. 315).
    A proposito della figura dantesca di Ulisse, è utile rileggere quanto osservato da Ezio Raimondi ("Le metamorfosi della parola. Da Dante a Montale", 2004, pp. 190-191): "... l'avventura di Ulisse è anche l'avventura vitale di Dante scrittore in esilio". Petrarca sente che la figura di Ulisse "non è Dante ma può servire a dare anche la grande dimensione di Dante".
    Raimondi si riferisce alla lettera XV, libro XXI delle "Familiares", diretta a Boccaccio. In cui leggiamo questo passo: "In quo illum satis mirari et laudare vix valeam, quem non civium iniuria, non exilium, non paupertas, non simultatum aculei, non amor coniugis, non natorum pietas ab arrepto semel calle distraheret, cum multi quam magni tam delicati ingenii sint, ut ab intentione animi leve illos murmur avertat; quod his familiarius evenit, qui numeris stilum stringunt, quibus preter sententias preter verba iuncture etiam intentis, et quiete ante alios et silentio opus est". ("E in questo non saprei abbastanza ammirarlo e lodarlo; poiché non l’ingiuria dei concittadini, non l’esilio, non la povertà, non gli attacchi degli avversari, non l’amore della moglie e dei figliuoli lo distrassero dal cammino intrapreso; mentre vi sono tanti ingegni grandi, sì ma così sensibili, che un lieve sussurro li distoglie dalla loro intenzione; ciò che avviene più spesso a quelli che scrivono in poesia e che, dovendo badare, oltre che al concetto e alle parole, anche al ritmo, hanno bisogno più di tutti di quiete e di silenzio.")
    Il punto di Petrarca "non civium iniuria, non exilium, non paupertas, non simultatum aculei, non amor coniugis, non natorum pietas", rimanda al c. XXVI, vv. 94-97 dell'"Inferno" dantesco: "Né dolcezza di figlio, né 'l debito amore lo qual dovea Penelope far lieta....".
    Ecco quindi il citato giudizio di Raimondi: Petrarca sente che la figura di Ulisse "non è Dante ma può servire a dare anche la grande dimensione di Dante".
    Raimondi prosegue: "L'Ulisse di Dante è una controfigura negativa di Dante stesso. Presenta, sul piano dell'azione di colui che esplora l'ignoto, qualcosa che per Dante rappresenta la sua stessa operazione poetica, e che Petrarca individua subito".

    Nel 1628 l'irlandese padre Lucas Wadding (1588-1657), professore di Teologia e censore dell'Inquisizione romana, scrive che Sigismondo dedica il Tempio di Rimini alla memoria di san Francesco, ma con immagini di miti pagani e simboli profani.
    Gli risponde dalla stessa Rimini nel 1718 Giuseppe Malatesta Garuffi con la "Lettera apologetica [...] in difesa del Tempio famosissimo di san Francesco", sostenendo che il testo di Wadding contiene alcuni periodi pieni di calunnia contro il sacro edificio.
    Garuffi esamina dottamente le singole cappelle del Tempio: ha fatto studi teologici (è sacerdote) ed è stato direttore della Biblioteca Alessandro Gambalunga di Rimini (1678-1694).
    A Garuffi risponde immediatamente un anonimo riminese, con una pedante requisitoria in difesa di padre Wadding. La replica di Garuffi arriva nel 1727. Il ritardo di tanti anni significa soltanto indifferenza verso argomenti ritenuti giustamente deboli.
    Il discorso dei miti pagani e dei simboli profani, è una costante del dibattito culturale sul Tempio riminese, da cui sono derivate pure le tentazioni di farne un luogo pieno di misteriose velleità esoteriche. Contro di esse mette in guardia Franco Bacchelli in un saggio prezioso (2002).
    Bacchelli osserva che "vi sono certo buone ragioni per diffidare" delle interpretazioni massoniche suggerite da una citazione del "De re militari" di Roberto Valturio. In essa si accenna alla suggestione esercitata sopra Sigismondo dalle "parti più riposte e recondite della filosofia". Bacchelli ricorda un passo di Carlo Dionisotti: quando si trattava di fede cristiana, "Valturio era intransigente: non poteva fare a meno di registrare la pratica della divinazione, ma la deplorava e la interdiva nel presente come arte diabolica".
    Per la cappella dei Pianeti nel Tempio riminese, Bacchelli conclude che i bassorilievi dimostrano la convinzione del committente "che è nei cieli che bisogna ricercare la causa, se non di tutti, almeno dei più rilevanti accadimenti terrestri".
    Questo principio è "pacificamente accettato" nelle corti poste tra Venezia, Ferrara e Rimini, prima che sul finire del XV secolo Giovanni Pico della Mirandola proceda "ad una radicale negazione dell'esistenza degli influssi astrali".
    Bacchelli illustra le contraddizioni del Tempio Malatestiano che rispecchiano quelle delle menti di Sigismondo e del suo ambiente, in cui convivono elementi cristiani ed echi pagani.
    Il testo di Bacchelli è fondamentale per comprendere il senso dell'Umanesimo riminese: un grande progetto culturale che si realizza sia nel Tempio sia nella (scomparsa) Biblioteca dei Malatesti in San Francesco.

    Il dato locale di Rimini va però inserito nel contesto "padano" descritto da Gian Mario Anselmi con un avviso: è necessario ridisegnare una nuova geografia, non per semplificare le cose, ma per comprendere e valorizzare "una complessità irriducibile a tradizionali formule di comodo".

    La Biblioteca dei Malatesti in San Francesco, a fianco del Tempio, è la prima pubblica in Italia, e modello di quella gloriosa (e sopravvissuta) di Cesena. Ideata da Carlo Malatesti (1368-1429), progettata nel 1430 da Galeotto Roberto «ad comunem usum pauperum et aliorum studentium», nasce nel 1432.
    Accoglie moltissimi volumi donati da Sigismondo e procurati dai suoi uomini di corte, fra cui c'è Roberto Valturio.
    Sono testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi, tracce del progetto umanistico di Sigismondo per diffondere una conoscenza di tutte le voci classiche.
    Nel 1475 Valturio lascia la propria biblioteca a quella di San Francesco, ad uso degli studenti e dei cittadini con la clausola che i frati facciano edificare un locale nel sovrastante solario, dato che quello al piano terra era "pregiudicevole a materiali sì fatti", come scrive Angelo Battaglini (1792).
    Il trasporto al piano superiore avviene nel 1490. Lo testimonia una lapide trascritta non correttamente: nel testo latino non c'è il verbo "sum" (io sono) ma l'aggettivo "summa", legato alla parola "cura". L'abbaglio sintetizza il disinteresse culturale verso il tema dell'Umanesimo riminese.
    Il saggio di Franco Bacchelli si trova nel volume dedicato alla "Cultura letteraria nelle corti dei Malatesti", a cura di Antonio Piromalli, con scritti pure di Augusto Campana e di Aldo Francesco Massèra. È il XIV della "Storia delle Signorie Malatestiane", edita da Bruno Ghigi.

    Alle pagine sull'Umanesino riminese. Indice.


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  • Riproponiamo due notizie già riportate. Nel 1349 Rengarda Malatesti, figlia di Galeotto I (nato da Pandolfo I, e quindi fratello di Malatesta Antico), sposa Masio Tarlati di Pietramala, il quale appartiene alla famiglia che ha governato Arezzo dal 1321 al 1337. Masio è Magistrato municipale di Rimini dal 1346 al 1347. Nel 1347, sempre a Rimini, Masio è fatto cavaliere dal re d'Inghilterra.
    Aggiungiamo ora che Caterina di Pietramala, figlia di Rengarda, e seconda moglie di Nicola Filippo Brancaleoni, rinnova in due suoi figli il nome della madre e del nonno Galeotto, come ricorda G. Colucci («Antichità picene», XIII, Fermo 1791, pp. 181-182).
    La famiglia Tarlati è detta «episcopale» (da Catia Di Girolamo) in quanto il primo signore di Arezzo dal 1321 al 1328, anno della sua morte, è il vescovo della stessa città, Guido Tarlati, fratello del Masio che sposa Rengarda Malatesti.
    Da altra fonte (Giovanni Battista Sezanne, «Arezzo illustrata», Niccolai, Firenze 1858) ricaviamo per Guido Tarlati la definizione di «astuto vescovo» (p. 34) che s'accompagna ad una sintesi del suo operare, ispirata al sepolcro in cui giace: «dal suo volto la morte non ha cancellato quella ferocia e valore, per cui si rese infaustamente famoso e temuto ai popoli circonvicini» (p. 148). 
    Nel 1328 gli succede un altro fratello, Pietro detto Saccone (+1356), di cui si rammenta invece la saviezza.
    Il vescovo Guido Tarlati svolge un ruolo politico ben più ampio di quello attribuitogli dal governo aretino. Infatti nel 1327, «ad onta del Pontefice, corona [Ludovico IV] il Bavaro in S. Ambrogio di Milano a re d'Italia», come si legge nella «Cronica di Arezzo di ser Bartolomeo di ser Gorello» (p. 149).
    Nel 1328 (l'anno della morte dello stesso vescovo Guido), Ludovico IV è eletto imperatore a Roma dal popolo. Ludovico IV dichiara deposto Giovanni XXII, il Pontefice che nel 1324 lo ha scomunicato e dichiarato decaduto quando era re di Germania dal 1322. (Giovanni XXII è il secondo pontefice avignonese, dopo Clemente V.) Ludovico IV nel 1324 ha risposto a Giovanni XXII accusandolo di eresia. Il papa nel 1328 reagisce bandendo una crociata contro di lui. Il parlamento romano dichiara deposto Giovanni XXII e, su proposta dello stesso Ludovico IV, elegge un altro pontefice, Niccolò V (1328-1330), fattosi frate dopo aver lasciata la moglie.
    Tornando ai Tarlati di Arezzo ed agli antefatti delle situazioni sinora riassunte, va ricordato che sulla scena politica italiana essi assumono il ruolo di antagonisti della Chiesa sin dal 1306, agendo proprio in Romagna, come si legge in L. Tonini (IV, 1, p. 19). La loro presenza in Romagna è documentata già sul finire del XIII secolo. L'Anonimo citato da L. Tonini (III, pp. 172, 179), per il 1295, anno in cui Malatesta da Verucchio perviene alla Signoria di Rimini, ricorda che contro di lui erano giunti cavalieri anche da Pietramala. L'Anonimo inoltre, per il 1296, indica in Maso da Pietramala il Podestà di Forlì. Sul tema, si vedano le «Cronache Malatestiane dei secoli XIV e XV» [p. 6, e relativa nota 4, tomo XV, 2 di «Rerum Italicarum Scriptores», 1922].
    Alle pp. 11-12 delle «Cronache Malatestiane» leggiamo: «Essendo preso miser Malatesta e miser Galaotto, fo lassato di presone el ditto miser Galaotto, e venne a Pesaro, e de qui se partì in pochi dì et andò a Scortegata; e como fu lì, e de notte tempo, se partì misera Ferantino da San Zanne in Galilea, et andò a favellare com lui e basosse per la boca. "Herodes et Pilatus facti sun amici". L'altro dì venendo se n'andò a Lonzano e Santo Arcanzolo, poi mandò per la gente d'Arezzo, e veneglie miser Tarlato e miser Uberto da Petramala bene con quatrocento cavalieri, e core ale porte d'Arimino [...]. In questo tempo fo lassato miser Malatesta de presone da Ferara e venne a Pesaro, e lì stette per alcun dì; po venero da Bologna in Arimino seicento cavalieri e mille fanti de bono aparechio. Qui se fa la guerra grande».
    Tra 1320 e 1322 troviamo i Tarlati coinvolti nella ribellione che, «con rabbia feroce» avviene nella stessa Romagna e nella Marca d'Ancona, avendo come capi proprio i fratelli Guido, vescovo aretino, e Pietro Tarlati (L. Tonini, III, p. 41).
    Invece l'8 ottobre 1321 Pandolfo I Malatesti è lodato da papa Giovanni XXII per i servizi resi alla Chiesa contro i Montefeltro (ib., p. 43). Nel 1322 Pandolfo I è nominato capitano generale delle milizie ecclesiastiche.
    Nell'agosto 1334 Pietro Tarlati si allea con Malatesta Antico contro Montefeltro e Perugia (ib., p. 83). Due anni prima, nel 1332, Tarlato ed Uberto di Pietramala sono giunti con quattrocento cavalieri alle porte di Rimini, mentre Malatesta Antico e Galeotto I Malatesti erano prigionieri a Ferrara per la loro ribellione a Roma. E fu «guerra grande», come raccontano le cronache. Gli Aretini, sintetizza L. Tonini (ib., p. 85), «corrono il riminese» ed i Malatesti rientrano in città nel 1333, ottenendo a vita il dominio e la «Difensoria» di Rimini.
    Del nostro cardinal Galeotto, figlio di Masio e Rengarda Malatesti, sappiamo da Giuseppe de Novaes [«Elementi della storia de' sommi pontefici…», IV, p. 245], che al momento della nomina, è «protonotario Apostolico». Ed ha soltanto ventidue anni (come osserva G. Franceschini, «Alcune lettere del Cardinale Galeotto da Pietramala», p. 377).
    Il papa che lo crea cardinale, Urbano VI, conosce bene la storia e le vicende politiche dei Malatesti. Infatti è stato a capo della cancelleria di Gregorio XI (Pierre Roger de Beaufort), il Papa avignonese eletto nel 1370, che aveva avuto ottimi rapporti con Galeotto I Malatesti. Il nipote «protonotario Apostolico» e futuro cardinale Galeotto probabilmente aveva debuttato qualche anno prima, attorno al 1374, ovvero quando aveva diciotto anni, in un periodo in cui suo nonno godeva di grande prestigio presso Gregorio XI e la sua corte. 
    Nel 1372, il 14 maggio, Gregorio XI ha ringraziato i Malatesti per il loro appoggio militare e la loro devozione politica. Il successivo 25 ottobre Gregorio XI ha chiamato Galeotto I a guidare le sue truppe contro i Visconti, senza poter essere esaudito data l'età dello stesso Galeotto Malatesti, nato all'inizio del secolo. A lui nel 1373 Gregorio XI affida l'incarico politico di assistere, e sostituire al bisogno, il Legato di Bologna, Cardinal Pietro de Stagno, un francese monaco benedettino, sostituito l'anno successivo da un altro francese, Gugliemo Novelletti, poi cacciato dalla sollevazione cittadina del 20 marzo 1376.
    Il 9 ottobre 1374 Gregorio XI ha scritto anche a Galeotto I, come agli altri Signori d'Italia, di voler riportare la Curia a Roma, pregandolo di aiuto. Nel 1377 Galeotto I è intermediario con Firenze. Il 17 gennaio 1377 Gregorio XI arriva a Roma da Avignone, con un viaggio iniziato il 13 settembre dell'anno precedente.
    Galeotto I Malatesti, il nonno del Cardinale, si reca dal nuovo pontefice Urbano VI, l'8 aprile 1378, partendo da Rimini il 29 maggio 1378, e trattenendosi a Roma sino alla fine di luglio dello stesso anno. Più che una semplice visita, quella di Galeotto I è una speciale missione presso i Cardinali dissenzienti che contestano l'elezione papale. A Roma Galeotto I non soltanto ottiene notizie di prima mano da fornire al nipote, ma ne diventa grande protettore presso la corte papale, con un ruolo che dura sino alla propria morte, il 21 gennaio 1385.
    Il 3 novembre 1378 l'imperatore Carlo IV conferma a Galeotto il possesso di Borgo San Sepolcro da lui comprato il 7 luglio 1371 per 18 mila fiorini, estendendo il territorio a Città di Castello. Il governo di Borgo San Sepolcro era stato perduto dai Tarlati di Pietramala nel 1335.
    Il 25 agosto 1379 il nipote Cardinale fa visita al nonno Malatesti, in cerca di quelle notizie «romane» che gli permettono di essere più consapevole di fronte agli eventi successivi, grazie ad una posizione privilegiata che lo aiuta pure nella gestione delle gravi questioni sul tappeto. Il giorno dopo il Cardinale Galeotto passa in Toscana per visitare il padre nel castello di Anghiari, presso il Borgo di San Sepolcro.
    Nel settembre 1384 il nipote Cardinale si reca a Rimini dal nonno malato, ma deve rientrare perché Marco di Pietramala, successore del padre Masio e suo cugino, occupa Arezzo aiutato da armi francesi nella notte fra 28 e 29 dello stesso mese, saccheggiando le case dei guelfi.
    Il ruolo del nonno viene preso immediatamente dal figlio di Galeotto I, Carlo Malatesti, il fratello della madre del Cardinale, Rengarda.
    La nomina di Galeotto, appena ventiduenne, è vissuta dalla sua famiglia (ghibellina) come un'occasione per recuperare la perduta preminenza politica, e per tenere a freno i vicini di casa, ovvero perugini e fiorentini. (Come si legge nel cit. Franceschini, p. 378, «Alcune lettere del Cardinale Galeotto da Pietramala», la famiglia del Cardinale mirava a tenere a freno i vicini di casa, ovvero perugini e fiorentini, le cui cupidigie «s'appuntavano sul minuscolo stato costituito da Anghiari, Citerna e Monterchi e da un gruppo di castellucci disseminati nelle terre lì attorno». Ma queste aspettative vanno deluse di lì a poco, quando «le sorti dello stato petramalesco e della stessa persona del signore si fecero assai difficili».)
    Suo padre Masio Tarlati all'inizio dell'ottobre 1379 è fatto prigioniero dagli aretini. Lo fa liberare il Papa per intercessione del figlio Cardinale. Masio scompare il 22 gennaio 1380, «oppresso dai dispiaceri». [Franceschini, pp. 378-379]
    La sorte risparmia a Masio di vedere quanto succede ad Arezzo il 18 novembre 1381, l'orrendo saccheggio che riduce la città ad una spelonca di ladri. La città «fu sconvolta dal saccheggio e dalle stragi compiute da partigiani della fazione dei guelfi intransigenti (i cosiddetti arciguelfi) e dalle soldatesche di Alberico da Barbiano, allora alleato di Carlo III di Durazzo, cui gli arciguelfi aretini si erano rivolti per avere appoggio contro gli avversari interni» [Cfr. in DE BONIS, G., di P. Viti, DBI, 33, 1987]. Il «sacco di Arezzo» cessa soltanto nel 1384, quando, dopo una nuova espugnazione e nuovi saccheggi, la città è acquistata dai fiorentini, con il beneplacito delle famiglie arciguelfe.
    L'argomento merita un approfondimento con queste pagine di mons. Angelo Tafi, tratte dal suo volume «Immagini di Arezzo», Arezzo 1978, riprese dal web (www.arezzocitta.com, Società Storica Aretina) ed intitolate «La vendita di Arezzo a Firenze».
    Esse permettono di ricostruire non soltanto le vicende a cui sono legati i Tarlati da Pietramala, ma pure il contesto politico-religioso italiano, e quanto accade con il massacro di Cesena che nel 1377 fa quattromila vittime: «Gli anni che vanno dal 1380 al 1384 sono i più sventurati di tutta la storia aretina. La parte guelfa, guidata dal Vescovo Giovanni II Albergotti, per non essere sopraffatta dalla fazione dei Sessanta, dai Tarlati e dai ghibellini, offrì la signoria di Arezzo a Carlo di Durazzo pretendente al trono di Napoli.
    Quando nel 1381 il Vicario in Arezzo di Carlo di Durazzo, il vescovo Giurinense riammise in città i ghibellini Tarlati, Ubertini e consorti la situazione divenne caotica. Tutti protestarono: il vescovo Giurinense venne sostituito nella carica di Vicario dal napoletano Jacopo Caracciolo. Sospettato però a ragione o a torto di favoreggiamento verso la parte guelfa i ghibellini gli si rivoltarono. Il Vicario con i suoi si chiuse nella Fortezza e visto impossibile lo scampo invitò il capitano di ventura Alberico da Barbiano con la sua tremenda e famigerata compagnia detta di San Giorgio. 
    L'unica condizione posta fu questa: tutto era permesso alla compagnia purché Arezzo rimanesse guelfa e soggetta al re di Napoli. Nella notte tra il 17 ed il 18 novembre 1381 quei predoni entrarono improvvisamente in città e per più giorni e notti uccisioni, ruberie, stupri, incendi, torture e sacrilegi imperversarono. “Tucta la ciptà di Arezzo fu rubbata et molti ghibellini presi per prigionieri, et tucte donne prese, così guelfe come ghibelline, in tanto numero che fu una pietà, vituperandole ... E così fu tractata quella ciptà, che chi quella vidde non era si crudo che non li venisse pietà; vedere tante gentili donne et donzelle et monache esser vituperate et molte itene puttane per lo mondo, i fanciulli morir di fame et per fame mangiar le corate dei cavalli putridi, quasi crude ... ” (Sercambi).
    Nel 1382 la compagnia di ventura di Villanuccio di Bonforte mise a sacco per la seconda volta la città: altri quattromila avventurieri per spogliare ciò che rimaneva. Nel 1383 imperversarono carestia e pestilenza. Soltanto Siena dette qualche aiuto; Firenze, impassibile, aspettava l'occasione per impadronirsi della rivale. Occasione che le venne offerta indirettamente dai Tarlati e dagli altri ghibellini i quali nell'estate del 1384 invitarono Enguerrand sire di Coucy a conquistare e saccheggiare Arezzo col patto che poi sarebbe stata consegnata ai Tarlati. Enguerrand si trovava in Toscana a capo di un esercito francese diretto a Napoli contro Carlo di Durazzo La notte del 28 settembre 1384 i ghibellini guidati dai Tarlati ed i francesi dei de Coucy piombarono sulla città. Il terzo saccheggio in tre anni e forse il peggiore di tutti. Non cadde però la fortezza dove si trovavano il Caracciolo ed i capi guelfi. Per farla cadere dovevano intervenire i fiorini d'oro di Firenze. E Firenze, trattando separatamente col de Coucy e col Caracciolo, acquistò dal primo la città per la somma di 40.000 fiorini d'oro e dal secondo la Fortezza per un'altra bella sommetta. Per il pagamento dei quarantamila fiorini fu scelto il sistema rateale. Era il 5 novembre 1384». [Un progetto di pacificazione (datato 24 agosto 1384) è nella decima epistola pubbicata dal cit. Franceschini, pp. 401-402.]
    Galeotto di Pietramala, perdute le «terre che direttamente gli ubbidivano», osserva Franceschini, dopo un soggiorno a Citerna (1385) fa «ritorno in Curia presso Napoli, nella speranza d'indurre Urbano a più miti consigli» [Franceschini, p. 391].
    Prosegue Franceschini: «Quello che il cardinale e gli altri suoi colleghi dissidenti avevano preveduto, si era avverato: e da mesi il papa si trovava in una situazione disperata e senza vie d'uscita» [p. 391]. Sottolinea Franceschini, a proposito degli eventi successivi: «Non sappiamo quanto merito spetti a lui, al cardinale da Pietramala, delle migliorate condizioni del papato; ma è certo che non molto dopo il suo ritorno in Curia, il papa poté lasciare il Reame» [p. 392].
    Galeotto «godeva di un grande prestigio nel collegio cardinalizio e fu dei personaggi più in vista durante il travagliato pontificato di Urbano VI». Cercò «d'influire sull'animo del pontefice e di moderarne le impennate troppo subitanee; ma non ottenne successi tangibili», come dimostra quanto succede, come vedremo, nel 1386, quando Galeotto fa parte della schiera dei cardinali che abbandonano la corte papale [Franceschini, p. 382].


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  • Se Galeotto da Pietramala se na va dalla corte di Urbano VI nel maggio 1386, o comunque in quell'anno, lo zio Carlo Malatesti di Rimini ha già ricevuto (il 16 marzo 1385) la rettoria di Romagna conferitagli dal Papa dopo la morte di Galeotto I, avvenuta il 21 gennaio dello stesso 1385. Verso la fine del medesimo 1385, Carlo è al servizio della Chiesa assieme al fratello Pandolfo chiamato, per questioni militari, dal Legato Apostolico Luca Gentili Ridolfucci, appositamente inviato dal Papa.
    Tutto sembra giocare a favore di Carlo. Il quale ha però soltanto sedici anni (essendo nato il 5 giugno 1368), e quindi nessuna esperienza diciamo così “internazionale”. Si è fatto le ossa, ed una prima fama ovviamente ingigantita dal passare del tempo, come conduttore di armati agli stipendi di Venezia contro Gian Galeazzo Visconti nel 1382, quando aveva sui quattordici anni.
    La scomparsa del nonno Malatesti diventa di conseguenza uno dei due motivi fondamentali, assieme all'incertezza causata dalla scoperta della congiura dei cardinali dissidenti, che spingono Galeotto di Pietramala ad abbandonare il Papa romano ed a correre tra le braccia di quello avignonese, Clemente VII. Il quale lo crea anticardinale.
    Ma l'itinerario compiuto dal cardinal Galeotto verso la Milano di Gian Galeazzo Visconti conte di Vertù, rimanda al fatto del 1382 di Carlo Malatesti che combatte contro lo stesso Gian Galeazzo Visconti.
    Per il cardinal Galeotto la famiglia del nonno poteva essere un ostacolo politico non indifferente. Ma nel 1385 le cose cambiano perché Carlo Malatesti ed i fratelli partecipano alla lega contro le compagnie di ventura, promossa proprio fa Gian Galeazzo Visconti. Due anni dopo nel 1387, Carlo Malatesti è in Lombardia a fianco di Gian Galeazzo Visconti contro Padova e Treviso.


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  • C'è pure un versante ecclesiastico, nella storia malatestiana di quegli anni, che non è secondario e può essere considerato come l'ambiente naturale per l'educazione di un religioso poi approdato al cardinalato. Dal 6 gennaio 1374 al settembre 1400, Leale Malatesti è Vescovo di Rimini, provenendo dalla sede di Pesaro dove era stato inviato nel luglio 1370.
    Leale, figlio «spurio» di Malatesta Antico (fratello di Galeotto I nonno del nostro Cardinale), e di una non meglio precisata Giovanna (il cui nome è fatto dallo stesso Leale nel proprio testamento), ebbe un fratello frate [cfr. L. Tonini, IV, 1, p. 323], e fu legittimato da papa Urbano II il 5 febbraio 1363.
    Sarà Vescovo di Rimini tra 1445 e 1448 un figlio di Galeotto I nonno del Cardinale di Pietramala: Bartolomeo Malatesti, pure lui figlio naturale legittimato. La sua appartenenza alla famiglia di Galeotto I è determinabile con quanto Frate Bernardino Manzoni, Inquisitore Pisano e bibliotecario della Malatestiana di Cesena (tra 1625 e 1626), ricorda nella sua «Caesena Sacra» [Pisa 1643, I, p. 72]: nel 1397 Bartolomeo Malatesti, era «Pandulphi Malateste Soliani Comitis [...] germanus frater» ed «ordinis Minorum Conventualium professus».
    Di Pandolfo Malatesti, fratello di Bartolomeo Vescovo, Frate Bernardino Manzoni precisa che «anno 1391 Patricius, Consiliarusque Caesenaticenis Urbis erat»: dal 4 gennaio 1391 i fratelli «Carlo Pandolfo Malatesta e Galeotto di Galeotto Malatesti» [Mazzatini, p. 325] sono vicari di Cesena. Quindi il Vescovo Bartolomeo Malatesti è pure lui figlio di Galeotto I.
    Il testo appena indicato come «Mazzatinti, p. 325», è un documento pubblicato sempre in maniera erronea: infatti nel testo di Mazzatinti si trova la data del 4 gennaio 1391 per il rinnovo dei vicariati da parte di Bonifacio IX ai figli di Galeotto I. Tale data è sempre apparsa come 3 gennaio. A parte questo dato di poco conto, merita una sottolineatura un altro fatto: il testo di pag. 325 proviene da fonte autorevole, ovvero mons. Gaetano Marini, come si legge nello stesso volume «Mazzatinti» alla p. 322, dove è riportato un brano del prof. Giuseppe Castellani: «Mons. Gaetano Marini, profittando della carica di Prefetto degli Archivi apostolici del Vaticano, arricchì l'Archivio Comunale di Santarcangelo di Romagna, sua patria, della copia di una serie numerosissima di documenti, la maggior parte inediti, che si riferiscono alta storia del Comune di s. Arcangelo, o de' suoi cittadini, o delle terre e castelli che facevano parte del suo Vicariato». Il documento è contenuto nel volume di G. Mazzatinti «Gli archivi della storia d'Italia, I e II», apparso presso la casa editrice Licinio Cappelli di Rocca San Casciano nel 1897-1898 (nuova edizione presso Georg Olms Verlag, Hildesheim 1988).


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