• Se Galeotto da Pietramala se na va dalla corte di Urbano VI nel maggio 1386, o comunque in quell'anno, lo zio Carlo Malatesti di Rimini ha già ricevuto (il 16 marzo 1385) la rettoria di Romagna conferitagli dal Papa dopo la morte di Galeotto I, avvenuta il 21 gennaio dello stesso 1385. Verso la fine del medesimo 1385, Carlo è al servizio della Chiesa assieme al fratello Pandolfo chiamato, per questioni militari, dal Legato Apostolico Luca Gentili Ridolfucci, appositamente inviato dal Papa.
    Tutto sembra giocare a favore di Carlo. Il quale ha però soltanto sedici anni (essendo nato il 5 giugno 1368), e quindi nessuna esperienza diciamo così “internazionale”. Si è fatto le ossa, ed una prima fama ovviamente ingigantita dal passare del tempo, come conduttore di armati agli stipendi di Venezia contro Gian Galeazzo Visconti nel 1382, quando aveva sui quattordici anni.
    La scomparsa del nonno Malatesti diventa di conseguenza uno dei due motivi fondamentali, assieme all'incertezza causata dalla scoperta della congiura dei cardinali dissidenti, che spingono Galeotto di Pietramala ad abbandonare il Papa romano ed a correre tra le braccia di quello avignonese, Clemente VII. Il quale lo crea anticardinale.
    Ma l'itinerario compiuto dal cardinal Galeotto verso la Milano di Gian Galeazzo Visconti conte di Vertù, rimanda al fatto del 1382 di Carlo Malatesti che combatte contro lo stesso Gian Galeazzo Visconti.
    Per il cardinal Galeotto la famiglia del nonno poteva essere un ostacolo politico non indifferente. Ma nel 1385 le cose cambiano perché Carlo Malatesti ed i fratelli partecipano alla lega contro le compagnie di ventura, promossa proprio fa Gian Galeazzo Visconti. Due anni dopo nel 1387, Carlo Malatesti è in Lombardia a fianco di Gian Galeazzo Visconti contro Padova e Treviso.


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  • C'è pure un versante ecclesiastico, nella storia malatestiana di quegli anni, che non è secondario e può essere considerato come l'ambiente naturale per l'educazione di un religioso poi approdato al cardinalato. Dal 6 gennaio 1374 al settembre 1400, Leale Malatesti è Vescovo di Rimini, provenendo dalla sede di Pesaro dove era stato inviato nel luglio 1370.
    Leale, figlio «spurio» di Malatesta Antico (fratello di Galeotto I nonno del nostro Cardinale), e di una non meglio precisata Giovanna (il cui nome è fatto dallo stesso Leale nel proprio testamento), ebbe un fratello frate [cfr. L. Tonini, IV, 1, p. 323], e fu legittimato da papa Urbano II il 5 febbraio 1363.
    Sarà Vescovo di Rimini tra 1445 e 1448 un figlio di Galeotto I nonno del Cardinale di Pietramala: Bartolomeo Malatesti, pure lui figlio naturale legittimato. La sua appartenenza alla famiglia di Galeotto I è determinabile con quanto Frate Bernardino Manzoni, Inquisitore Pisano e bibliotecario della Malatestiana di Cesena (tra 1625 e 1626), ricorda nella sua «Caesena Sacra» [Pisa 1643, I, p. 72]: nel 1397 Bartolomeo Malatesti, era «Pandulphi Malateste Soliani Comitis [...] germanus frater» ed «ordinis Minorum Conventualium professus».
    Di Pandolfo Malatesti, fratello di Bartolomeo Vescovo, Frate Bernardino Manzoni precisa che «anno 1391 Patricius, Consiliarusque Caesenaticenis Urbis erat»: dal 4 gennaio 1391 i fratelli «Carlo Pandolfo Malatesta e Galeotto di Galeotto Malatesti» [Mazzatini, p. 325] sono vicari di Cesena. Quindi il Vescovo Bartolomeo Malatesti è pure lui figlio di Galeotto I.
    Il testo appena indicato come «Mazzatinti, p. 325», è un documento pubblicato sempre in maniera erronea: infatti nel testo di Mazzatinti si trova la data del 4 gennaio 1391 per il rinnovo dei vicariati da parte di Bonifacio IX ai figli di Galeotto I. Tale data è sempre apparsa come 3 gennaio. A parte questo dato di poco conto, merita una sottolineatura un altro fatto: il testo di pag. 325 proviene da fonte autorevole, ovvero mons. Gaetano Marini, come si legge nello stesso volume «Mazzatinti» alla p. 322, dove è riportato un brano del prof. Giuseppe Castellani: «Mons. Gaetano Marini, profittando della carica di Prefetto degli Archivi apostolici del Vaticano, arricchì l'Archivio Comunale di Santarcangelo di Romagna, sua patria, della copia di una serie numerosissima di documenti, la maggior parte inediti, che si riferiscono alta storia del Comune di s. Arcangelo, o de' suoi cittadini, o delle terre e castelli che facevano parte del suo Vicariato». Il documento è contenuto nel volume di G. Mazzatinti «Gli archivi della storia d'Italia, I e II», apparso presso la casa editrice Licinio Cappelli di Rocca San Casciano nel 1897-1898 (nuova edizione presso Georg Olms Verlag, Hildesheim 1988).


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  • I fratelli Galeotto I e Malatesta Antico Guastafamiglia il 15 luglio 1343 si sono «composti» con la Chiesa ed hanno avviato la Signoria di Rimini, come ricaviamo dalla storia di Rimini di Luigi Tonini (IV, 1, ad indicem), fonte di tutte le notizie che seguono.
    Da Malatesta Antico derivano Pandolfo II (che sarà padre di Malatesta I «dei Sonetti») e Malatesta Ungaro.
    Da Galeotto I sono generati Carlo e Pandolfo III, il padre di Sigismondo Pandolfo (1417-1468).
    Al Concilio di Costanza papa Martino V decide le tragiche nozze bizantine (1421) di Cleofe di Pesaro, figlia di Malatesta I «dei Sonetti», con Teodoro, figlio dell'imperatore Manuele II.
    Un breve riassunto di come si arriva al concilio di Costanza, aperto solennemente il 5 novembre 1414, permette di ricordare che papa Gregorio XII, eletto nel 1405, si rifugia a Rimini il 3 novembre 1408, mentre si prepara il concilio di Pisa e dopo che Carlo Malatesti (1368-1429), signore di Rimini, lo ha salvato da un tentativo di cattura.
    La grande stagione malatestiana all'interno della vita della Chiesa che comincia in questa occasione, ha però precedenti fondamentali ma talora dimenticati nel secolo precedente, quando nel 1357 Pandolfo II è a Praga ed a Londra in veste d'inviato pontificio.
    Carlo Malatesti, per contattare il collegio cardinalizio, utilizza Malatesta I (1366-1429), signore di Pesaro, il quale in precedenza si è offerto a Gregorio XII per una missione diplomatica presso il re di Francia, inseritosi nelle dispute ecclesiastiche per interessi personali.
    La parentela fra il ramo marchigiano e quello riminese, è in apparenza lontana. Il capostipite è Pandolfo I (1304-1326) figlio del fondatore della dinastia Malatesta da Verucchio che aveva conquistato Rimini nel 1295.
    Da Pandolfo I nascono Galeotto I (1299-1385) e Malatesta Antico detto «Guastafamiglia» (1322-1364) al quale fa capo il ramo marchigiano con suo figlio Pandolfo II (1315 c.-1373) signore di Pesaro, Fano e Fossombrone, ed il figlio di costui Malatesta I, padre di Cleofe, Galeazzo e Pandolfo futuro arcivescovo di Patrasso.
    Il ramo riminese-romagnolo deriva da Galeotto I, fratello del bisnonno di Cleofe e Galeazzo. Carlo è figlio di Galeotto I. A consolidare la parentela, oltre gli affari e le imprese mercenarie, sono state due sorelle di Camerino, Gentile da Varano sposatasi con Galeotto I (1367), ed Elisabetta con Malatesta I (1383).
    Il 1391 è un anno importante per i Malatesti. Come ci ricorda P. J. Jones («The Malatesta», p. 102) allora Pesaro è affidata a Malatesta I, detto «dei Sonetti o Senatore», figlio di Pandolfo II. Cesena va ad Andrea Malatesti, mentre Rimini tocca a Carlo. Andrea e Carlo sono figli di Galeotto I fratello del «Guastafamiglia» e quindi sono cugini di Pandolfo II padre di Malatesta I «dei Sonetti».
    Il vicariato «in temporalibus» ai Malatesti su Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone risale al 1355. Nel 1385 scompare Galeotto I, prozio e tutore di Malatesta I che assume il governo di Pesaro. Sempre nel 1385 Carlo è nominato rettore di Romagna, e l'anno dopo diventa gonfaloniere della Chiesa.
    Il vicariato di Pesaro è affidato a Malatesta I il 2 gennaio 1391. Per il secondo semestre del 1398, Malatesta I è eletto senatore di Roma. Nel 1401 egli è tra i nobili veneziani.


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  • Nel dicembre 1386 papa Urbano VI se ne va da Genova a Motrone, nel litorale di Pietrasanta. Alla vigilia di Pasqua 1387 entra a Lucca, restandovi sino al 22 settembre 1387. Con lui sono dieci cardinali.
    Nel frattempo a Genova, in una stalla da cavalli, sono rivenuti nove cadaveri, cinque dei quali sono dei cardinali che il papa «avea tenuti lungamente e in misera prigione» per i contrasti, mentre gli altri quattro sono di grandi prelati. Questo leggiamo nella «Cronica volgare di Anonimo Fiorentino già attribuita a Piero di Giovanni Minerbetti» riedita nel 1915.
    Dall'esame dei corpi, pare emergere che Urbano VI prima li fece imbavagliare, e poi sotterrare ancora vivi. Secondo altre testimonianze, li avrebbe fatti uccidere prima di farli sotterrare. Il papa si difende: volevano uccidermi.
    Sulla famiglia a cui appartiene Bartolomeo di Pietramala, si legge nella stessa «Cronica»: «Aveano quegli da Pietramala, cioè quella famiglia lungo tempo signoreggiata con le loro ladronaie tutte quelle contrade, e molestate, e rubate, e guaste. Ma la verità era, che tutte le Castella, che tenevano, erano del Comune di Arezzo, e però le vollono i Fiorentini».
    Un'altra notizia va sottolineata: nel 1385, «Bartolommeo di Mess. Magio di Pietramala a Firenze liberamente e se e le sue terre nelle mani del potere di Firenze rimette». I Tarlati nel 1335 avevano perduto il governo di Borgo San Sepolcro. Galeotto I Malatesti, il 7 luglio 1371, compra per 18 mila fiorini lo stesso Borgo San Sepolcro. Galeotto I versa la somma al fratello del papa Urbano V, quell'Anglic de Grimoard divenuto popolare come «Cardinale Anglico» quando è Legato pontificio in Italia tra 1368 e 1371, con il vicariato generale su Bologna e la Romagna dal primo marzo 1368, dopo aver retto il vescovado di Avignone (1362) e guidando dal 1367 quello di Albano.
    Anglic de Grimoard compone nel 1371 la celebre «Descriptio civitatis Bononiensis eiusque comitatus». A fianco dell'Anglico a Bologna il 5 gennaio 1368, quando prende possesso della carica legatizia, troviamo proprio Galeotto I e suo nipote Pandolfo II Malatesti, figlio del di lui fratello Malatesta Antico Guastafamiglia.
    Morto Urbano V nel 1370, l'Anglico segue il partito dell'antipapa avignonese Clemente VII (Roberto di Ginevra, 1342-1394), eletto il 20 settembre 1378, e passato alla storia per il massacro di Cesena con quattromila vittime, compiuto nel 1377 come Cardinal Legato (dal 1376) e capo dei feroci Bretoni che, guidati da John Hawkwood (Giovanni Acuto), agiscono in Romagna, per reprimere una rivolta popolare provocata dalle prepotenze dei suoi soldati.
    «Il cardinale cominciò con l'arruolare al servizio della Chiesa le bande dei mercenari bretoni di Jean de Malestroit e di Silvestro Budes, che, rimaste senza ingaggi per la stasi nel conflitto franco-inglese, minacciavano allora di devastare la valle del Rodano e la stessa Avignone (maggio del 1376)» spiega il suo biografo M. Dykmans (DBI, 26).
    Il fenomeno dei mercenari riguarda allora anche i Pietramala: «i capitani fiorentini di Arezzo si trovarono poi a dover fronteggiare le scorrerie e i saccheggi nei territori del vecchio contado da parte di bande di briganti coordinate e protette dalle stirpi signorili dell'Appennino, prima tra tutte quella dei Tarlati di Pietramala, ancora restie ad accettare l'egemonia fiorentina in quell'area» [A. Zorzi, p. 193].
    Torniamo alla pagina di Dykmans: «I contingenti di venturieri, che il cardinale di Ginevra passò in rivista a Carpentras, ricevettero per due mesi uno stipendio di 31.000 fiorini complessivi; un nuovo contratto, stipulato nell'estate del 1376, prevedeva una condotta di sei mesi ed un soldo di diciotto fiorini mensili per ogni "lancia". Preparata in tal modo la spedizione, il legato mosse quindi dalla Provenza, attraversò il Delfinato, le Alpi, la Lombardia, e si presentò nell'Emilia alla testa del suo corpo d'esercito forte di circa 10.000 uomini, preceduto da una fama di selvaggia ferocia e di efficienza militare».
    Nelle cronache bolognesi del tempo, si legge: «Come la cità de Zexena fuo metuda a sacomano e vituperata. 1377. Nota che del mese de febraro fuo comenzato uno romore in la cità de Zexena tra gli Bertoni e 'l popolo, i quali Bertoni erano soldati della Ghiexia. El chardenale de Ginevera [Roberto di Ginevra] era nella murata della dicta citade. Per la quale cosa fuoron morti de li Bertoni circha 400 huomeni e gli altri se ne fugino nella murata e mandono a Faenza per gli Inghelese che igli li desseno secorso. Ancora mandono per lo conte Alberigho da Barbiano, ch'era a Chunio con 5 lanze, a posta del marchese da Ferara. La qual zente, andata a Zexena, entrarono dentro per la murata e ucciseno molti huomeni, e molte femine sforzaron e puti picholi, e robaron tuta la citade. El popolo fugì alle mure e butavanse zoso del muro per schampare sua persona. E per questo modo remase la cità de Zexena vituperada».
    Un'altra «Cronaca», questa volta riminese, è riassumibile in questo drammatico passaggio: «Chi uccideva, chi rubava, chi vituperava, e le belle femmine ritornava dentro, e tenevasele. Sicché non rimase né uomo, né femmina in Cesena. E pigliarono più di mille mammoletti, e mammolette, e poson loro la taglia. Poi si posero a rubare la Cittade, e con le carra mandavano a Faenza tutto il miglioramento, che lì era. Poi vendevano a i Forlivesi, a i Ravignani, agli Ariminensi, a i Cervesi tutto l'altro mobile. In breve a dì XV d'Aprile non vi era rimasto né grano, né vino, né olio, se no quanto vi addicevano i montanari. […] E così fu disfatta tutta la Terra; tutti i Religiosi e Religiose furono morti, presi e rubati. E vennero in Arimino circa otto mila tra piccoli e grandi, e tutti andavano mendicando per limosina…».
    Osserva L. Tonini (IV, 1, pp. 205-206): se «Rimini rimase illesa» dalla tempesta politico-militare, lo so deve «alla prudenza, al potere, ed al merito di Galeotto». Dalla critica storica contemporanea, il sacco dei bretoni a Cesena è invece imputato a Galeotto I che «si trovò, isolato, in prima linea a difendere gli interessi ecclesiastici contro la lega fiorentino-viscontea. L'ospitalità alle truppe bretoni e il sostegno continuo garantito alla curia avignonese attirarono su di lui la pubblicistica avversaria che nel presentare la guerra contro i cattivi pastori della Chiesa come lotta di liberazione nazionale dal giogo della servitù straniera, finiva col dipingere il signore di Rimini come “gallicae tyrannidis defensor et pugil”».
    Così scrive Anna Falcioni nella premessa al volume «La signoria di Galeotto Belfiore Malatesti (1377-1400)» (1999, p. XIII).
    La sintesi più efficace di quel momento storico è in una frase che introduce il racconto degli eventi nella «Cronaca» riminese: «Odi la gran crudeltade de' Pastori de la Santa Chiesa». È lo stesso giudizio che esprime Muratori: per tutto quanto accadde, fu un «grande sparlare» contro i Ministri della Chiesa.
    Sui feroci Brettoni leggiamo negli «Annali» muratoriani: «... un troppo orribile fatto succedette nella città di Cesena, che gran discredito diede all'armi pontificie. Avea quivi messa la sua residenza il sanguinario cardinal di Ginevra Roberto; la sua guardia era di Brettoni. Nel dì primo di febbrajo perché uno di questa mala gente volle per forza della carne da un beccajo, si attaccò una rissa. La disperazione avea preso quel popolo, perché i Brettoni, dopo aver consumato tutto il distretto, erano dietro a divorar anche la Città. Trassero a questo rumore i cittadini in ajuto del lor compatrioto, e gli altri Brettoni a sostener il loro compagno. Divenne perciò generale la mischia, e più di trecento di quegli stranieri rimasero uccisi. Il Cardinale pien di furore si chiuse nella Murata, e mandò per gl'Inglesi dimoranti in Faenza, che tosto corsero a Cesena, ed ebbero ordine di mettere a fil di spada quel misero popolo. Con dugento lance vi arrivò ancora Alberico conte di Barbiano, che era al servigio della Chiesa. Corsero costoro per la terra, e fecero ben quei cittadini disperati quanta difesa poterono, ma soperchiati dall'eccessivo numero di que' barbari, non poterono lungo tempo reggere all'empito loro. Non vi fu allora crudeltà, che non commettessero i vincitori; fecero un universal macello di quanti vennero loro alle mani, senza risparmiare vecchi decrepiti, fanciulli, religiosi, ed anche donne pregnanti. Dalla loro sfrenata libidine niun Monistero di sacre Vergini andò esente; tutto in fine fu messo a sacco Chiese e case. Fu creduto che circa quattromila persone rimanessero vittima del barbarico furore; fuggirono quei che poterono; e l'Aucud , per isgravarsi alquanto da sì grave infamia, mandò un migliajo di Donne scortato fino a Rimini, ritenendo quelle, che più furono di soddisfazion di que' cani. Circa ottomila di que' miseri fuggiti si ridussero a Cervia e Rimini limosinando, perché spogliati di tutto. Grande sparlare che fu per questo de' Ministri della Chiesa. Ma né pur collo spoglio di Faenza e Cesena si saziò l'ingordigia di questi diabolici masnadieri».
    Muratori ricorda che Bernabò Visconti «per maggiormente assodare nel partito suo e de' Fiorentini, Giovanni Aucud, e il Conte Lucio Tedesco da Costanza, diede a cadaun di loro in Moglie due sue Figliuole bastarde»
    Di fondamentale importanza per comprendere l'evento cesenate e collocarlo nel contesto politico italiano, resta questa pagina di Gina Fasoli (1975): «Preoccupava particolarmente l'affermazione dell'autorità papale in Romagna; la formazione di un potere unitario e solido proprio in quei territori a cui da tempo si indirizzavano le aspirazioni politiche fiorentine e che comunque, finché erano divisi e discordi, offrivano molte possibilità di penetrazione e di sfruttamento. I timori ed i sospetti crebbero quando si profilò come imminente il ritorno della S. Sede da Avignore in Italia […]». Prima c'è l'alleanza tra Firenze ed i Visconti, poi l'opera per far ribellare la Romagna: «la repressione guidata dal cardinale Roberto di Ginevra al comando di reparti bretoni e francesi si scatenò e culminò nel massacro di Cesena (1377)».


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  • Per F. A. Becchetti [«Istoria degli ultimi quattro secoli della Chiesa», I, Fulgoni, Roma 1788, pp. 119-121], l'ideatore della congiura contro Urbano VI è Pietro Tartaro, Abate di Montecassino e cardinale di Rieti.
    Il comitato dei ribelli ad Urbano VI, secondo Muratori, è più vasto di quanto solitamente si racconta, e comprende altri personaggi, oltre i cinque cardinali uccisi a Genova ed il loro collega inglese liberato dal Papa.
    Di certo due ribelli particolari sono il nostro Galeotto da Pietramala e Pileo da Prata, il ricordato arcivescovo di Ravenna: «amendue conoscendo, a che pericolo fosse esposto, chi solamente cadeva in sospetto presso un Pontefice sì violento, se ne fuggirono da Genova…», scrive sempre Muratori.
    Eugenio Gamurrini, nell'«Istoria genealogica delle famiglie nobili toscane et umbre», definisce Galeotto di Pietramala «ornato di una finissima prudenza, e di un coraggio incomparabile, per il che si era reso in posto di gran stima, e desiderabile a tutti i Principi».
    Pileo da Prata «era savio, e malizioso, e ardito molto», si legge nella «Cronica» di Piero di Giovanni Minerbetti, dove di Galeotto si sottolinea che «era molto giovane». 
    Il Cardinal Galeotto non compare sulla scena. È troppo saldo il legame politico tra la Chiesa (fosse essa di Avignone o di Roma) ed i Malatesti, per procurargli fastidi. È troppo acuto il giovanissimo porporato per fare mosse avventate e pericolose non soltanto nei riguardi della sua persona fisica, ma pure per la famiglia a cui apparteneva la madre.
    Pileo e Galeotto scappano perché il papa li accusa d'averlo voluto uccidere, avvelenandolo: «E questo disse Papa Orbano in Consistoro in loro presenza, essendovi tutti gli altri cardinali, e molti altri uomini presenti. Laonde li detti cardinali si fuggiro da Genova per paura della furia sua».
    Il papa li scomunica, privandoli del cappello e di ogni beneficiio, «e fece questo predicare in tutte le Terre d'Italia, e altrove». Saputo questo, i due cardinali partono dalla Savoia e vanno ad Avignone da Papa Clemente, «e fu fatto loro grande onore da lui, e da tutti gli altri cardinali, che con lui erano».
    Secondo Panvinio, Urbano VI aveva restituito il cardinalato a Galeotto «in gratiam sororis suae», moglie del proprio nipote Francesco Frignano.
    Di questa moglie, sorella del cardinale, non si hanno tracce. Tre sono le sorelle di Galeotto di Pietramala: Elisa morta nel 1366, Taddea che si sposa nel 1372, e Caterina che s'accasa (forse) nel 1393. Quindi potrebbe essere Caterina ad esser coinvolta nella vita sentimentale di Francesco «Butillo». Il quale però poi prende per moglie Raimondina del Tufo, mentre Caterina va a nozze con Nicola Filippo Brancaleoni.
    Per Francesco Prignano si legge pure che a Napoli rapì da un monastero «una Monaca professa, di nobile condizione, e la tenne seco nel suo appartamento»(«Storia universale», XIII, p. 210).


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