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    Nuovo indice delle pagine sulle "Arti liberali" del Tempio malatestiano di Rimini.

    Cerchiamo negli scritti dello stesso Alberti le prove che ci permettono di ipotizzare che sia lui l'autore del "progetto" e del percorso intellettuale della nostra Cappella delle Arti liberali. E partiamo ricordando due suoi testi che ritroviamo nelle sale antiche della Biblioteca Gambalunga di Rimini.
    Sono gli "Opuscoli Morali" (Venezia, 1568) e il già citato "Momus" (Roma, 1520), testo con cui si aprono gli stessi "Opuscoli".
    Al "Momus" Alberti lavora "alla fine degli anni Quaranta e nella prima metà degli anni Cinquanta", leggiamo in Oliva Catanorchi (2012), presso il sito Treccani.
    Nel "Momus" si offre un'immagine negativa dell'umanità, con quelle persone che talora usano maschere di fango per non essere respinte dai loro simili.
    Spiega Catanorchi: "L'insistenza albertiana sul tema della doppiezza dell'uomo non è circoscritta al contesto satirico del Momus, ma affiora in molti altri testi, venendo a costituire un vero leitmotiv della sua produzione". Ne consegue una riflessione negativa sulla vita associata, dominata dalla finzione, per evitare di "esporsi ai pericoli che ci vengono dagli altri, in particolare dall’autorità costituita". Il mondo è inteso "come luogo intrinsecamente connotato dalla doppiezza".
    All'immagine negativa del "Momus" si contrappone, nella cappella delle Arti Liberati del Tempio malatestiano di Rimini, la finalità della Cultura, cioè educare ad una vita tra cittadini tutti uguali e quindi liberi. Questo aspetto si rivela nelle tre immagini dell'ultima striscia della stessa cappella: esse rappresentano la Concordia, la Città giusta e la Scuola.
    Proprio queste tre immagini ci possono suggerire l'ipotesi che l'itinerario descritto nella cappella sia opera dello stesso Alberti, il quale (come leggiamo in Francesco De Sanctis) aveva la "fisionomia dell'uomo nuovo" che al suo tempo si andava elaborando in Italia. Alberti prospettava un ideale rivoluzionario sotto tutti gli aspetti, perché distrugge ogni istanza teologica quando definisce "astiosa inutilità" l'atteggiamento che fa "rovesciare mali sugli uomini sventurati".


  • Alla versione aggiornata di questa pagina.

     

    Nel Tempio malatestiano di Rimini s'incontra una lezione di assoluta novità, all'interno della Cappella delle Arti liberali, che andrebbe analizzata e studiata seguendo la spiegazione di Cesare Vasoli che, nel 1986 ("La Storia: i grandi problemi dal Medioevo alla età contemporanea"), osservava come nel contesto della cultura umanistica si realizzi tra 1400 e 1500 una "meditata ricerca di nuovi strumenti, tecniche e metodi intellettuali", per la formazione dell'uomo che potesse dominare la realtà e trasformare i modi di pensare.

    La definizione di "arti liberali" si deve a Pietro Paolo Vergerio detto "il Vecchio" (1369-1444), autore (nel 1402-1403) di quello che viene definito il primo trattato umanistico di pedagogia, "De ingenuis moribus", apparso a stampa nel 1502.



    La prof. Antonella Cagnolati, in un saggio apparso sulla "Rivista di Storia dell'Educazione" (2016), ne ha scritto così:
    "La sua opera pone in rilievo i doveri sia della famiglia che del precettore nel plasmare il carattere degli adolescenti e, al contempo, disegna un curriculum educativo moderno ed efficace che sarà ripreso dagli umanisti dell’epoca successiva, convertendosi così in un modello pedagogico da imitare". [...] "Cardine e perno dell'intero percorso sono la filosofia e la storia, considerate come basi per ogni successiva formazione di "uomini liberi" [...]". Poi viene "il disegno, che ha la capacità di affinare il senso estetico e l'arte del giudizio su ciò che reputiamo bello, seguito poi dalla retorica che serve per "l'eloquenza elaborata. Un ruolo precipuo spetta quindi alla musica, arte così singolare che riesce a "governare a norma di ragione i moti dell'anima": la sua struttura è tale che, operando sulle proporzioni dalle quali scaturiscono le armonie, può essere correlata alla scienza dei numeri come l'aritmetica, e delle grandezze come la geometria. Ancora due ambiti vengono inseriti nel progetto educativo: l'astronomia, che indaga sui moti delle stelle e dei pianeti, scienza di mirabile bellezza in grado di scoprire le meraviglie del cosmo, e la fisica, attraverso la quale possiamo conoscere «i principi e il mutare delle cose naturali, animate e inanimate, e di quanto è contenuto nel cielo e nel mondo, le cause e gli effetti dei moti e dei mutamenti». Nella riflessione di Vergerio tale coacervo di discipline assume lo scopo di permettere al discente di comprendere per quale di esse sia più portato, al fine di applicarsi con il proprio ingegno solo a ciò che risulta maggiormente adatto alle predisposizioni innate di ciascuno, selezionando opportunamente e dedicandosi ad uno studio analitico e preciso, non onnicomprensivo ed eclettico".


    A proposito di arti liberali, è interessante ricordare un passaggio dall'epistola LXXXXV di Seneca, in cui parlando di quella precettistica che aiuta a raggiungere "una perfetta saggezza", egli scrive: "Tutto lo studio è cessato. I maestri delle liberali arti si seguono soli senza compagnia di discepoli nelle scuole" (cfr. p. 217, "Volgarizzamenti classici di Lucio Anneo Seneca", Brescia 1823; p. 301 ed. fiorentina 1717; p. 408 dell'ed. di Palermo 1817, presso G. Assenzio]
    In poche parole, la crisi politica del suo tempo era anche frutto del disinteresse culturale che lasciava i "maestri delle liberali arti" senza allievi. Questa lezione di Seneca ritorna alla mente degli intellettuali come Vergerio, aprendo una prospettiva umanistica che troviamo proiettata anche nel Tempio malatestiano di Rimini.
    "Vergerio fu lettore e ammiratore del filosofo latino: postille di sua mano si trovano in un codice contenente opere di Seneca (anche spurie), una Vita Senecae gli viene attribuita, nell'Epistolario ricorrono frequentemente il nome di Seneca e citazioni delle sue opere", leggiamo nella tesi di laurea di Alessandra Favero, disponibile sul web, intitolata «Sul "De ingenuis moribus et liberalibus studiis adulescentiae" di Pier Paolo Vergerio il Vecchio. Circolazione, ricezione e interpretazione di una raccolta pedagogica umanistica» (2014).
    Gli umanisti riprendono appunto l'ideale dell'humanitas, e delle arti liberali, di «quegli studi - come spiegava il Vergerio († 1444) - degni di un uomo libero, per i quali si ricevono o si esercitano la virtù e la sapienza, lo spirito e il corpo sono indirizzati a nobili cose, e possono essere conseguiti onore e gloria, che, dopo la virtù, sono, per il saggio, i premi più alti; quando invece, per le nature volgari, i soli stimoli all'agire sono il lucro e il piacere» (L. Mezzetti).
    L'ideale dell'umanesimo ridiventava così quello di una cultura completa e disinteressata.
    Per la figura di Vergerio come pedagogista, si veda l’interessante studio "Pedagogia e Corte nel Rinascimento Italiano ed Europeo" di Michele Rossi (University of Pennsylvania).

    Ripropongo qui una mia pagina sul tema, dove osservavo:
    Trionfa l'assunto di Coluccio Salutati per il quale gli «studia humanitatis» sono uno strumento per formarsi quali diffusori delle «virtù civili».
    E s'intravede il motto albertiano per cui «tiene giogo la fortuna solo a chi gli si sottomette».
    In questa "immagine" riminese si raccoglie e sviluppa quella che Eugenio Garin ha chiamato «la conquista dell'antico come senso della Storia», con gli elementi tipici del «primo Umanesimo» che fu esaltazione della vita civile non ancora dominata dalle Signorie.

    ARCHIVIO:

    La cappella delle Arti liberali nel Tempio
    Riministoria. La storia dei Malatesti e Rimini
    Tre libri sui Malatesti, 1991 ["il Ponte" n. 7, 1991]
    I Malatesti [2001]


  • Ammettiamolo, senza timori di smentite. Per molti, troppi, quasi tutti, i Malatesti voglion dire soltanto la fosca historia di un cavalier perduto dietro ad una donna, e di un conseguente amore tragicamente finito. Paolo e Francesca. Punto e basta. Di lì si parte, lì si arriva.
    Invece. Invece che cosa? Padre Dante parla ancora dei Malatesti: questo volevamo aggiungere? Ne riparleremo. Per ora, accantoniamo il discorso sulla "Divina Commedia".
    Dunque: che cosa si sa dei Malatesti? Ah, sì: il Castello. Oh, perbacco, il Tempio. E poi?
    Una frase del prof. Piergiorgio Pasini, è finita recentemente in una pagina speciale del "Corriere della Sera" su Rimini: se furoreggia il ferragosto al mare, "il luogo più tranquillo" resta proprio il Tempio malatestiano. La gente lo ignora. (E se il Tempio fosse in qualche altro Paese d'Europa, scuole, circoli, associazioni e tribù vacanziere, organizzerebbero gite istruttive, con colazioni al sacco).
    Allora, per concludere la premessa: che cosa significano per noi i Malatesti?
    Un aiuto, fresco e quindi aggiornato, per nulla polveroso, lo offre alla città (e non solo ad essa, ma anche alla cultura nazionale ed oltre), l'iniziativa del Centro Studi Malatestiani, presieduto da Bruno Ghigi che edita sotto la sua ormai nota sigla, una collana di libri.
    Sono gli atti delle giornate di studio che s'intitolano alle "Signore dei Malatesti", e che unificano uno sforzo di ricerca di grande significato.
    Siamo a livello colto, di specializzazione. Cose non impossibili, ma talora difficili. L'augurio (e la necessità), è che presto questa scienza si traduca in una sintesi agile per divulgare notizie e nozioni in modo facile ed organico.
    Gli ultimi tre volumi, freschi di stampa, sono dedicati a Santa Maria di Scolca in Rimini, Cesena e Civitanova Marche. Dedicati, nel senso che in questi luoghi si sono svolte le giornate di studio, e che a quei luoghi sono riservati quasi tutti gli argomenti trattati.
    A Cesena, ad esempio, si è anche parlato del commercio di pietre di Giorgio da Sebenico con i Malatesti, e dei rapporti tra i Malatesti e la Bosnia.
    A Civitanova, si è detto di Spalato e delle sue relazioni con Romagna e Marche in epoca malatestiana; di slavi ed albanesi a Macerata nel sec. XV, di presenza slava a Loreto, di tracce slave a Recanati, e di Arbe nel Quattrocento.
    Il volume su Santa Maria di Scolca in Rimini contiene anche l'albero genealogico malatestiano delle origini, che rimanda inevitabilmente a Dante.
    E qui facciamo una prima divagazione. Nell'ultimo quaderno di "Studi sammarinesi" (1989), è pubblicato il discorso che Giuseppe Pochettino tenne il primo aprile 19O7 in occasione dell'insediamento dei Capitani Reggenti, su "La Repubblica di San Marino durante l'esilio dell'Alighieri": vi si ricorda che Dante non fu mai a San Marino e che mai ne parlò nella sua "Divina Commedia".
    Quel discorso del 1907 ricostruisce però climi ed eventi di Romagna che ritroviamo in Dante stesso: siamo tra 1283 e 1285.
    Seconda divagazione. Gianciotto Malatesta, intorno al 1275, ha sposato Francesca da Polenta, figlia del Signore di Ravenna. Nasce Concordia, la figlia che nel suo nome ripete quello della nonna, ma soprattutto rappresenta la pacificazione tra due famiglie, avvenuta col matrimonio dei suoi genitori.
    Francesca muore verso il 1283/1285. Gianciotto si risposerà con la faentina Zambrasina, figlia di quel Tebaldello che Dante sprofonda all'Inferno (XXXII, 122-123), tra i traditori, per aver aperto le porte della sua città, lui ghibellino, ai guelfi bolognesi che l' assediavano, di notte, mentre "si dormìa".
    Ah, questi romagnoli. Se Malaparte avesse scritto a quei tempi i suoi "Maledetti toscani", Dante avrebbe rovesciata l'"accusa" in "Maledetti romagnoli". Le prove? Sùbito, e sufficientemente note, da Inferno, XXVII: "Romagna tua non è, e non fu mai, sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni".
    E poi , in questo canto, il richiamo riminese: "E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio, che fecer di Montagna il mal governo...": sono versi che sintetizzano non solo la condizione del dominio riminese dei Malatesta, ma anche la loro crudeltà dei due tiranni, definiti appunto "mastini". I quali sono Malatesta il Vecchio e suo figlio Malatestino, che uccise Montagna de' Parcitadi, ghibellino della nostra città.
    Come scrive Currado Curradi nel vol. 6 (Santa Maria di Scolca), Malatesta da Verucchio "viene giustamente considerato il principale artefice della fortuna dei Malatesti, realizzata per merito delle sue eccezionali capacità politiche e di governo, ma anche attraverso una serie molto accorta di matrimoni suoi e dei suoi figli" (pag. 77). Due o tre mogli, comunque una (Concordia) ricchissima, con denari e proprietà recati in dote. Hanno quattro figli: Ramberto si fa prete; per gli altri tre (Gianciotto, Paolo e Malatestino 'mastino'), il padre organizza ricchi matrimoni. Curradi racconta la lunga preparazione di quello tra Paolo e la contessa di Ghiaggiolo. Insomma, gente che ai soldi ci teneva, e sapeva anche come farli. Cose che Dante conosceva, lui che non sopportava il "maladetto fiorino" della "gente nova" di Firenze!
    Giriamo pagina. Nello stesso volume sesto, G.F.Fiori tratta di "Carlo Malatesta e gli Olivetani" di Scolca (1421-1430), illustrando anni tormentati per la storia della Chiesa: 1406, è eletto papa Gregorio XII, è lo scontro con lo scisma avignonese (1378-1417), ma è anche agitazione interna alla Curia romana ed alla terra italiana: "Papa Gregorio XII, non potendo tornare a Roma occupata da Ladislao re i Napoli, decise di trasferirsi in Romagna, ma venne avvisato da Carlo Malatesta, signore di Rimini, che il card. Cossa tentava di impadronirsi della sua persona " (pag. 9).
    Prima di venire a Rimini, nella villa-castello di Scolca, il papa a Siena nomina nove nuovi cardinali, tra cui Bandello, vescovo della nostra città.
    Nel frattempo, a Pisa (1409) è eletto il terzo papa contemporaneamente: quello di Roma è Gregorio XII, quello di Avignone è Benedetto XIII, e questo nuovo è Alessandro V, che muore poco dopo.
    Carlo Malatesta si adopra per far conoscere ai cardinali ribelli residenti a Bologna, le "nuove proposte di Gregorio XII per togliere lo scisma" (pag. 10), ma non viene ascoltato: anzi, i cardinali eleggono ed incoronano l'antipapa Giovanni XXIII. Poi, dal Concilio di Costanza, voluto dall'imperatore tedesco Sigismondo, esce pontefice Martino V (1417): Carlo Malatesta è presente, quale portavoce di Gregorio XII che aveva deciso di ritirarsi (1415) dalla competizione, prima di morire (1417). Benedetto XIII è deposto (26 luglio 1417). Lo scisma è finito.
    Nel suo saggio, Fiori parla anche del monastero di San Lorenzo in Monte a Rimini, e dell'abbazia di San Gregorio in Conca a Morciano, legata al nome di San Pier Damiani e del riminese Bennone: quest'ultimo è un personaggio importante della nostra storia cittadina, vittima di lotte precomunali di cui parlammo sui queste colonne, ma di cui non c'è traccia né in questo né in altri volumi successivi alla nostra nota. (Nessuno ci ha letto!).
    Giriamo ancora pagina. Antonio G. Luciani tratta delle "Iscrizioni greche gemelle del Tempio malatestiano", proponendo la sua versione dell'epigrafe: "A Dio immortale/ Sigismondo Pandolfo Malatesta/ di Pandolfo, scampato a moltissimi e grandissimi/ pericoli durante la guerra d'Italia,/ vincitore per le imprese da lui/ compiute con valore e con fortuna, a Dio/ immortale e alla città innalzò questo Tempio, come in/ quel frangente aveva fatto voto,/ splendidamente sostenendone le spese, e / lasciò un monumento glorioso e sacro".
    Oreste Delucca offre i "primi appunti" sui "Rapporti fra Rimini e la Dalmazia in età malatestiana". Sono storie di emigrazione: "Le genti slave (ed anche albanesi) per vari secoli -e particolarmente nel XV- sono emigrate numerose sulla costa italiana, premute dall'espansionismo turco che tendeva a comprimerle verso il mare, sollecitate dalla precarietà delle loro condizioni economico-sociali su cui influiva non poco la natura sfavorevole di tanto suolo dalmata, incentivate... da alcune scelte politiche malatestiane. (...) Anche a Rimini la loro presenza era piuttosto numerosa. La comunità slava e albanese, nel XV secolo, contava qualche centinaio di persone: un numero significativo, in rapporto alla ridotta popolazione di quel tempo" (pagg. 90-91).
    Ivan Pederini, nel volume ottavo su Cesena, trattando del "Commercio delle pietre di Giorgio da Sebenico con i Malatesti", racconta di questo celebre architetto che "si era obbligato a fornire pietre da costruzione per il Tempio malatestiano a Rimini, ma non mantenne la promessa fatta a Sigismondo Malatesti per cui questi se le procurò, nel 1554, a Verona" (pag. 38).
    Nello stesso volume ottavo, Stefania De Biase discute dell'"Epitaffio di Galeotto Malatesti": morto a Cesena nel 1385, "il suo corpo venne trasportato con gran pompa a Rimini", per essere sepolto nella chiesa di San Francesco, che diventa così (secondo quanto scrisse nel 1951 Augusto Campana), Tempio malatestiano ancora prima dei lavori voluti (nel 1447) da Sigismondo. Corpo di Galeotto che, per quei lavori, fu forse spostato nell'arca degli antenati, anche se andò perduta l'epigrafe della vecchia sepoltura. Epigrafe che, passata tra varie carte, viene qui ricostruita e riproposta . E che celebra il personaggio, guerriero famoso, il più grande di tutti.
    Perché l'epigrafe andò perduta? Non si sa. E se Sigismondo, invidioso di così alti elogi per un suo antenato, fosse stato proprio lui a farla sparire?

    SCHEDA. Centro Studi Malatestiani
    Finora il Centro Studi Malatestiani ha pubblicato quattro volumi che raccolgono gli atti delle giornate di studio. Prima dei tre che citiamo nel nostro servizio, era apparso quello (n.2) su Brescia, dove è contenuto un saggio di Oreste Delucca su Antonia Da Barignano, madre di Sigismondo Pandolfo di Rimini e di Malatesta Novello di Cesena.
    Altra donna ricca, questa Antonia: "...le proprietà più cospicue sono attestate sull'asse Santarcangelo, San Mauro, Giovedìa, Bellaria...". (A proposito di Giovedìa e di Sigismondo, notizie interessanti si trovano nel recente "San Mauro Giovedìa La Torre" di Susanna Calandrini, Pazzini, 1989).
    Il Centro ha in programma 20 volumi di storia delle Signorie malatestiane, oltre a quelli delle giornate di studio: tre saranno dedicati a Sigismondo, due a suo padre Pandolfo III, ed uno a Carlo Malatesta. Sono ipotesi di lavoro, attorno a cui stanno adoprandosi storici di tutt'Italia.
    Il Centro intende anche aprire a Rimini un archivio dei documenti che stanno venendo alla luce, con una sezione iconografica delle opere realizzate dai Malatesti. Ciò per permettere a tutti gli studiosi di avere un punto fermo nella loro attività, e per fare della nostra città un luogo d'incontro culturale.
    Nel prossimo anno, un seminario di storia itinerante su tutte le Signorie malatestiane, dovrebbe accogliere anche studenti italiani e stranieri, con visita ed alloggio lungo la costa emiliano-romagnola, da Comacchio a Cattolica.
    (1990)
    Altri sei volumi della "Storia delle Signorie dei Malatesti" sono stati appena presentati dal Centro Studi Malatestiani, presieduto dall'editore Bruno Ghigi di Rimini: raccolgono gli atti delle Giornate di studio svoltesi, in questi ultimi anni, a Sestino, Sansepolcro, Camerino, Mantova, Montemarciano e Recanati.
    Dei primi quattro volumi (Brescia, S. Maria di Scolca di Rimini, Cesena e Civitanova Marche), abbiamo dato notizia in una pagina speciale del 6 maggio 1990.
    Questa volta, parliamo di un saggio contenuto nel volume n. 4 della collana (Sansepolcro), di Guido Ugolini su "Piero della Francesca alla corte di Sigismondo Malatesti". Sullo stesso pittore, il volume presenta anche un testo di P. Scapecchi, che analizza la presenza di Piero a Rimini e ad Urbino. Gli altri lavori sono di W. Tomassoli, F. Polcri ed E. Agnoletti.
    ***
    "Il Sigismondo che costruisce il Tempio…, è l'uomo ormai consapevole della propria 'rinascita', che si fa lui stesso forza trainante delle idee del suo secolo e pretende, a sua gloria futura, non una chiesa che lo consegni alla posterità uomo pio e devoto, ma un mausoleo ispirato ai parametri della grande architettura romana, quell'architettura che ha prodotto "Terme e Pantheon", un mausoleo che lo tramandi ‘victor’, ‘imperator semper invictus’. È allora all'interno di questo processo di recupero dell'antico che va collocato l'affresco di Piero, che vanno collocate le immagini di Sigismondo coronato d'alloro, e che va collocata anche l'iscrizione posta sul fronte del Tempio…". Iscrizione che Ugolini riporta e spiega così: "Sigismundus Pandulfus Malatesta Pandulfi F[ilius] V[ivus] fecit anno Gratiæ mcccL".
    Quella "V" da molti viene interpretata come abbreviazione di "VOTO". Ugolini non è d'accordo, e porta a giustificazione la sigla che gli antichi nobili romani, nei loro monumenti sepolcrali e nei loro cippi, facevano incidere: "V.S.P.", cioè, "Vivus Sibi Posuit". Vivo, cioè "vincitore soprattutto sul tempo e sulla morte" si vuol presentare questo Sigismondo, aggiunge Ugolini.
    Chi garantisce che la lettura della "V" come abbreviazione di "Vivus" sia più giusta che nel caso di "Voto"? Ugolini ricorda che Gino Ravaioli scoprì nella parte posteriore dell'arca degli Antenati, un ritratto di Sigismondo, definito (in latino) "vera immagine del vincitore ("victoris")".
    Da ciò si comprende perché abbia tanta importanza questa piccola "V" che appare anche nelle medaglie malatestiane: Ugolini fa ruotare attorno a quella parola "vivus" tutto il significato del dipinto di Piero della Francesca, e tutta l'interpretazione della personalità di Sigismondo, che appunto si proclama umanisticamente "vincitore soprattutto sul tempo e sulla morte".
    L'affresco di Piero è, scrive Ugolini, la "celebrazione di un principe", di un politico che si presenta inginocchiato davanti al giovane San Sigismondo che ha sì le fattezze del vecchio Sigismondo di Lussemburgo, imperatore romano (che nel 1433 aveva nominato cavaliere il nostro Sigismondo Pandolfo), ma che non rappresenta altro se non lo stesso signore di Rimini. Sigismondo sembrerebbe qui quasi un precursore del machiavellismo, se non fosse che il machiavellismo è una costante eterna dello spirito umano, ed è molto anteriore agli scritti del Segretario fiorentino.
    Sostiene Ugolini: "Sigismondo, in ultima analisi, si inginocchia solo davanti a se stesso". E dietro ciò s'intravede come una "beffa" che Sigismondo giocò alla Chiesa romana quando nel 1452, anno della consacrazione della "capella de Sam Sismondo in Sam Francescho", ottenne da papa Nicola una particolare indulgenza da lucrarsi "la prima domenica del mese".
    Ugolini arriva a questa conclusione, analizzando la scritta dell'affresco, tanto chiara ed enigmatica assieme: "Sanctus Sigismundus. Sigismundus Pandulfus Malatesta Pandulfi Filius", dove quel punto che divide i due nominativi vien interpretato come "un alias, o un aut, o un sive", ovvero un modernissimo ‘cioè’.
    "Se Rimini, alla metà del Quattrocento, può vivere questa stagione di totale rinnovamento in termini di classica perfezione, di romanità riscoperta, di celebrazione eroica, cosmica e paganamente divina del suo signore, lo deve sì a Sigismondo…, ma… soprattutto a questa accoppiata vincente del Rinascimento, lo deve a Piero della Francesca e a Leon Battista Alberti", scrive Ugolini che si occupa (ovviamente) soltanto di Piero.
    Ma quest'affermazione a proposito dell'Alberti, è un gustoso invito a ricercare, per conto nostro, qualche aggancio al discorso sul Tempio.
    Osserva Ugolini, a proposito di un'altra questione pittorica, che nella concezione umanistico-rinascimentale si parla della complessa essenza dell'uomo, "quella di entità cosmica, eroica, divina (il cerchio), e quella di entità razionale, terrena, storica (il quadrato)". Quale esempio più illuminante, nel nostro Tempio, della stessa figura di Sigismondo, eroe storico, immagine che in sé unisce il cerchio ed il quadrato, come nel celebre (e posteriore) disegno di Leonardo? Un Sigismondo che sembra incarnare quella "virtù" di cui tesse l'elogio Leon Battista Alberti che fu scrittore formidabile, anche se ignorato oggi dai più: virtù che egli intende come azione costruttiva dell'uomo, "nato, certo, non per marcire giacendo, ma per stare facendo". Virtù che verrà poi elogiata dal Machiavelli che sembra avere legami nascosti (ignoti e dimenticati forse), proprio con alcuni passi dell'Alberti.
    Scrive l'Alberti, a proposito dell'antitesi virtù-fortuna, che "tiene giogo la fortuna solo a chi se gli sottomette". Dirà Machiavelli che la "fortuna… dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle".
    E tutti e due spiegano le loro idee con l'immagine del fiume: "Mi accorsi che la sorte è dura per noi che ci siamo tuffati nel fiume perché dobbiamo superare le onde nuotando" spiega l'Alberti nel suo bel latino: "Fortunam esse duram sensi nobis qui in fluvium corruissemus quo perpetuo in nisu undas nando superare opus sit". Mentre Machiavelli paragona la fortuna ad un fiume rovinoso, i cui danni possono essere ridotti appunto dall'"ordinata virtù" ("Il Principe", cap. xxv).
    Come commentò il Saitta, l'Alberti nelle sue opere letterarie "fonde e rifonde lo spirito di due civiltà, l'antica e la moderna, per affermare e sviluppare al cospetto di tutti il grande principio dell'attività creatrice dell'uomo". Bisognerebbe ricordarsene per capire sempre più attentamente il significato del nostro Tempio, come punto d'incontro di culture, civiltà e personalità che esprimono il passaggio dal Medioevo al Rinascimento.
    L'Alberti riassume in sé questo passaggio, soprattutto quando considera la natura come realizzazione dell'essenza di Dio, ed inveramento di Dio stesso, e parla della religione in un senso tutto umanistico, come fede dell'uomo nella propria virtù per dominare la fortuna. Fede e sicurezza che sembra proiettarsi anche nel dipinto di Piero, dove Sigismondo Pandolfo viene raffigurato (secondo Ugolini), con "quel gesto di mani giunte in posizione forzata", per far cogliere "la dote più tipica dell'uomo politico", quella di "essere sempre unico arbitro delle proprie decisioni".


  • Storia malatestiana.
    San Francesco e il monte della Verna

    Lettera pubblicata sul "Corriere Romagna" di oggi.

    A proposito di San Francesco e San Leo. Al monte della Verna è legata la storia di un personaggio del XIV sec., il cardinal Galeotto Tarlati di Pietramala, il cui padre era Masio (Tommaso), Magistrato municipale di Rimini dal 1346 al 1347 che sposò Rengarda Malatesti, figlia di Galeotto I, il cui fratello Malatesta Antico Guastafamiglia ha un figlio «spurio», Leale, che diventa Vescovo di Pesaro (1370-1374) e poi di Rimini sino al 1400.
    Alla Verna la famiglia del nostro cardinale era strettamente legata, non soltanto perché la sua chiesa principale è fondata nel 1348 da Tarlato di Pietramala, conte di Chiusi, e da sua moglie Giovanna Aldobrandeschi di Santa Fiora; ma pure per il fatto che nella storia della famiglia del nostro Galeotto s’incontrano due discepoli di San Francesco, definiti poi entrambi Beati, ovvero Angelo Tarlati (attestato dal 1213 e morto nel 1254), e Benedetto Sinigardi (1190-1282), figlio di Elisabetta Tarlati.
    Un antefatto lega i Pietramala a San Francesco. Nel maggio 1213 il conte Orlando Cattani di Chiusi della Verna, marito di Maria da Pietramala, gli dona il monte della Verna. Orlando Cattani ebbe da Maria quattro figli: Orlando, Cungio, Bandino, e Guglielmino. Tra 1216 e 1218 qui avviene la costruzione della cappella di Santa Maria degli Angeli. Fu un'angusta chiesetta dal titolo luminoso, secondo padre Antonio Francesco Benoffi, vissuto due secoli fa. Orlando Cattani (o Gaetani) proprietario della montagna, allora deserta, vi fu sepolto, come ricorda ancor oggi una lapide al centro della parte vecchia della chiesa.
    Gli appoggi romani che, per via della parentela malatestiana, portano Galeotto (1356-1398) alla nomina a ventidue anni, poi gli garantiscono il ritorno in patria dopo la morte (avvenuta l’8 febbraio 1398 non ad Avignone come si è quasi sempre creduto, ma a Vienne nel Delfinato), nella quiete della Verna.
    Una prima sepoltura avviene nella cappella «costruita sulla prima cella di san Francesco». Quella definitiva è nella «cappella della Maddalena», voluta dai genitori di suo padre, ovvero Roberto (Uberto) da Pietramala e Caterina degl'Ubertini.


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  • Il tempio di Sigismondo è un sogno umanistico, un ponte ideale con il passato. La fiancata destra che guarda verso Roma, ospita i sarcofagi di studiosi e letterati per dimostrare quel sogno che fa della cultura l'habitat naturale di una corte e della vita cittadina. Su entrambe le sue fiancate, l'adattamento di una celebre iscrizione greca di Napoli attesta l'alta cultura presente in àmbito malatestiano riminese.
    Alberti umanista, ha scritto Ezio Raimondi (2003), reinventa la romanità nel tempio di Sigismondo con una "dimensione grande" che, proponendosi come risposta "alla miseria dell'uomo", "rinasce con un volto tutto riminese, adattata a un territorio in cui la pietra si porta dentro anche il senso dell'acqua".
    Il bassorilievo interno con la prima immagine di Rimini, ha un grande vascello che idealizza il destino mediterraneo della città.
    A Sigismondo, Pio II suo acerrimo nemico riconosce i pregi di un valente umanista: "novit historias, philosophiae non parvam peritiam habuit". Il filologo Giovan Mario Filelfo lo chiama "doctissimorum amantissimus, vetustatis diligentissimus, et inquisitor, et cultor". Roberto Valturio, dedicandogli il De re militari, scrive che a lui si debbono i lineamenti delle immagini del tempio, ricavati "ex abditis philosophiae penetralibus".
    Offuscato in vita dalle calunnie degli avversari, Sigismondo filosofo umanista vive ignorato nel suo tempio, dove limpidamente si offre la generosità del suo libero intelletto attratto dall'antica sapienza.
    I suoi rivali sgretolarono la grandezza di un'esperienza che nel monumento rispecchia l'intero mondo mediterraneo in cui greci, romani ed arabi avevano costruito una cultura universale. Il tempio racconta il senso della continuità storica del bacino mediterraneo, fatta di sintesi unificatrice che privilegia l'accordo, l'identificazione, il riconoscimento di ciò che è comune.
    Di questa continuità storica, Sigismondo porge altra prova quando alla biblioteca monastica francescana progettata dallo zio Carlo Malatesti, dona "plurima denique sacrorum ethnicorumque librorum ac omium optimarum artium volumina". Sono testi latini, greci, ebraici, caldei ed arabi che restano quali tracce del progetto di Sigismondo per diffondere una conoscenza aperta all'ascolto di tutte le voci, da Aristotele a Cicerone, da Aulo Gellio al Lucrezio del "De rerum natura", da Seneca a sant'Agostino, sino a Diogene Laerzio ed alle sue "Vitae" degli antichi filosofi.


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