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    7. Notizie italiane


    Nel frattempo è nata (1396) la lega di Carlo VI con Firenze, Ferrara, Mantova e Padova contro i Visconti.
    Capitano è nominato Carlo Malatesti (fratello di Rengarda, la madre del nostro Cardinale), che nel 1397 a Mantova fa rimuovere un'antica statua di Virgilio, con un gesto ritenuto da Coluccio Salutati oltraggioso verso la poesia, e da Pier Paolo Vergerio indegno d'un principe che pretenda di amare gli studi e la storia.
    Quello di Carlo è soltanto un atto politico per segnalarsi al potere ecclesiastico, «credendo un delitto che i cristiani venerassero un uomo non cristiano», come si legge nella biografia di Vittorino da Feltre scritta (1474 ca.) dal suo allievo mantovano Francesco Prendilacqua [«De vita Victorini Feltrensis», Typiis Seminarii, Patavii 1774, p. 93].
    Circa i Visconti, abbiamo ricordato che Galeotto Tarlati nella sua fuga dal Papa romano Urbano VI aveva trovato rifugio proprio a Milano presso Gian Galeazzo Visconti. Ed al Visconti Galeotto resta legato, se nel 1390 da Avignone gli scrive auspicando che il vessillo della vipera sventoli sulle sponde dell'Arno, e nel 1391 gli indirizza «una lettera tutta vibrante d'odio contro Firenze» scrive Francesco Novati [«Due lettere del cardinale di Pietramala a Gian Galeazzo Visconti (1390-91)», Archivio storico lombardo, 43, 1916, pp. 185-191, pp. 185-186].
    Il nome di Carlo Malatesta va infine legato alle nozze fra la sua nipote Antonia e Giovanni Maria Visconti.

    Galeotto «combattendo Firenze colla penna intendeva venir in soccorso de' congiunti suoi che l'assalivano colla spada», commenta Novati [p. 187].
    «Florentiam ipsam, valido exercitu circumdate»: è l'invito (anzi una specie di ordine di etica politica, più che un piano di strategia militare), che la penna di Galeotto indirizza al Visconti nella prima lettera: «Illa, illa urbs petenda est, unde pecuniarum auxilia prodeunt, unde erumpunt fraudes, unde armorum gentibus subvenitur: nichil erit impossibile eis, dum eorum ager sine hoste erit, dum nudus agricola solvet ad occasum boves quos ad solis ortum ligaverat; dum lanarum colos trahent ruricole mulieres; dum lucrum diei avarus sed quietus mercator numerabit ad vesperum» [pp. 189-190].
    Nella seconda lettera, Galeotto ribadisce che è necessario attaccare la Toscana: «in Tusciam cum reliquis est vertenda manus. Illic bellum extinguatur ubi ortum habuit; illic victoria habeatur, ubi sunt hostes; illic pena infligatur, ubi scelera sunt patrata» [pp. 190-191].

    La cronaca politica resta sullo sfondo del giudizio che Francesco Novati compone di Galeotto («Adorno di belle doti morali ed intellettuali»), partendo proprio da quelle due lettere del 1390-91, le quali a suo parere dimostrano «come i contemporanei avessero ragione di lodar l'ingegno e la dottrina del porporato aretino» [p. 188].
    Novati osserva pure che la lettera del 1391 era anche vibrante «di gioia per la morte» del conte Giovanni d'Armagnac, ucciso alle porte d'Alessandria mentre combatteva ingaggiato dal doge di Genova «ond'annientare la potenza di Gian Galeazzo Visconti» [p. 185].
    Sulla scorta di una nota di Novati [p. 185, nota 2], troviamo nelle «Memorie spettanti alla storia di Milano» (curate da Giorgio Giulini (1714-1780), vol. V, Colombo, Milano 1856, p. 764): «Alcuni scrittori, col nostro annalista milanese, dicono ch'egli [Giovanni d'Armagnac] era ferito; ma i cronisti di Piacenza e di Bergamo, e l'Estense, più giustamente affermano che la grande stanchezza e il caldo sofferto in quel cocentissimo giorno lo ridussero a morire».
    Novati aggiunge: «Firenze aveva mossa ai Tarlati una guerra senza quartiere, cercando d'annichilirne la potenza, come aveva distrutta a poco a poco quella de' Guidi, degli Ubaldini e di tant'altri signorotti minori. Costretti a difendersi incessantemente contro l'implacabile avversaria, i Tarlati davan senz'esitare l'aiuto loro a tutti i nemici di lei; in tutte le guerre, grosse o piccine, che Firenze ebbe a sostenere durante il secolo decimoquarto contro i suoi vicini, essa si trovò ognora di fronte i signori di Pietramala. Ed anche nel 1390, non appena che il Visconti s'era deciso a bandire la guerra contro di essa, egli aveva ritrovato ne' Tarlati degli alleati modesti, ma fedeli, tanto più fedeli quanto più la caduta d'Arezzo nelle granfie de' fiorentini aveva esasperato il loro aborrimento ed accresciuti i loro terrori» [ib., pp. 186-187].
    Novati [p. 186, nota 2] riporta una lettera di Coluccio Salutati (Cancelliere della Repubblica di Firenze dal 1375 al 1406), in cui il comportamento antifiorentino dei Tarlati di Petramala è deriso con un gioco di parole sul cognome: Tarlati si dice degli alberi putrefatti, e Petramala deriva da «pietra» che sta a signifcare durezza ed ostinazione. Essi, conclude Salutati, «sunt turbatores pacis, insidiatores viarum, mercatorum spoliatores, peregrinorum homicidae et infames latronum principes et fautores».

    Su Galeotto, prosegue Novati: «Urbano VI l'avea creato Cardinale diacono di S. Agata. Ma la sua fortuna durò poco. Scoppiato lo scisma, il feroce pontefice lo prese in sospetto; credette, a ragione ovvero a torto non sapremmo decidere, che avesse preso parte al complotto ordito in Genova per sottrarre a morte i cardinali che egli voleva sacrificare alla propria vendtta; ed il Tarlati in pericolo di finir male dové cercare scampo nella fuga. Recossi allora a Pavia, quindi ad Avignone, dove rinnegando il passato riconobbe come vero pontefice l'antipapa Clemente. Ripagato da costui colla dignità cardinalizia di S. Giorgio in Velabro, Galeotto non lasciò più la Francia, donde continuò, fin che gli durò la vita, a tramare insidie contro i suoi nemici maggiori: Firenze ed Urbano» [pp. 187-188].
    Novati scrive anche: «Firenze aveva mossa ai Tarlati una guerra senza quartiere, cercando d'annichilirne la potenza, come aveva distrutta a poco a poco quella de' Guidi, degli Ubaldini e di tant'altri signorotti minori. Costretti a difendersi incessantemente contro l'implacabile avversaria, i Tarlati davan sen'esitare l'aiuto loro a tutti i nemici di lei; in tutte le guerre, grosse o piccine, che Firenze ebbe a sostenere durante il secolo decimoquarto contro i suoi vicini, essa si trovò ognora di fronte i signori di Pietramala. Ed anche nel 1390, non appena che il Visconti s'era deciso a bandire la guerra contro di essa, egli aveva ritrovato ne' Tarlati degli alleati modesti, ma fedeli, tanto più fedeli quanto più la caduta d'Arezzo nelle granfie de' fiorentini aveva esasperato il loro aborrimento ed accresciuti i loro terrori» [pp. 186-187].

    Se quella lettera di Galeotto diretta al Visconti di Milano, è «tutta vibrante d'odio contro Firenze», come scrive Novati, è perché in essa si proiettano ricordi di famiglia, e s'affacciano motivazioni legate ad una concezione della vita politica tipicamente medievale, in quanto avversa alla gente «nova» che vi stava emergendo.
    Non c'è quindi nell'atteggiamento politico di Galeotto verso Firenze soltanto una chiave autobiografica, ma anche il riflesso di quelle concezioni di cui parla il già ricordato Huizinga nel suo celebre saggio «L'autunno del Medioevo», laddove spiega che «il concetto della divisione della società in classi pervade fino in fondo, nel Medioevo, tutte le considerazioni teologiche e politiche» [p. 74].
    C'è anche in Galeotto la concezione gerarchica della società che Huizinga descrive nel terzo capitolo del suo saggio, dove ricorda l'attribuzione alla nobiltà del compito di difendere il mondo, di promuovere la virtù e mantenere la giustizia [p. 82].
    Firenze era la città che aveva soffocato a mano armata il tumulto dei Ciompi (agosto 1378).
    Chiesa ed aristocrazia in Italia avevano vivo il ricordo di quanto accaduto a Parigi nel 1358, con la salita al potere di un mercante, Étienne Marcel, grazie all'azione della borghesia cittadina che così si contrapponeva alla politica monarchica e della nobiltà che la sosteneva. E con l'uccisione dello stesso Marcel, che aveva tentato di collegare la rivoluzione parigina con la rivolta nelle campagne, guidata da un vecchio soldato (Charles Guillaume, sconfitto e ghigliottinato), e soffocata nel sangue.

     

    Nota. Galeotto, il politico.
    Abbiamo letto in Novati su Galeotto: «Urbano VI l'avea creato Cardinale diacono di S. Agata. Ma la sua fortuna durò poco…» [pp. 187-188].
    Novati come fonti cita L. Cardella, «Memorie storiche de' Cardinali della Santa Romana Chiesa», II, Pagliarini, Roma 1793 e N. Valois, «La France et le Grand Schisme d'Occident», II, Paris 1896.
    Sull'intervento di Giovanni d'Armagnac, cfr. A. Antonielli, F. Novati, «Un frammento di zibaldone cancelleresco lombardo del primissimo Quattrocento. Testo ed illustrazioni storico-critiche ai documenti contenuti nel Frammento Pallanzese», Archivio Storico Lombardo, 1913, Serie IV, vol. 20, fasc. 40, pp. 304-305.
    Giovanni d'Armagnac stipula il 16 ottobre 1390 a Mende un trattato con la repubblica toscana. Il 26 luglio 1391 il suo esercito è «tagliato a pezzi dalle truppe viscontee».
    Circa Giovanni d'Armagnac, ricordiamo che era il fratello di Beatrice d'Armagnac, detta «la gaie Armagnageoise», moglie di Carlo Visconti dal 1382. L'anno prima Beatrice era rimasta vedova di Gaston de Bearn o de Foix, nato nel 1365.
    «Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi l'indussero, malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la Savoia un corpo di diecimila Francesi, comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il comandante conte d'Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti, figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie Beatrice d'Armagnac»: cfr. P. Verri, «Storia di Milano» I, Marelli, Milano 1783, p. 412.
    Tra le genti d'arme assoldate nel 1388 c'è un Giantedesco da Pietramala, figlio di Marco, considerato valorosissimo, e celebrato capitano di ventura, poi onorato da una statua equestre di Giacomo della Quercia nel Duomo di Siena.
    In margine alla prima lettera, laddove Galeotto accusa quel sistema che genera la ricchezza della nuova società fiorentina («Illa, illa urbs petenda est, unde pecuniarum auxilia prodeunt, unde erumpunt fraudes...»), si può osservare che nel nostro Cardinale agiscono non soltanto gli istinti legittimi della difesa di interessi famigliari, ma incontriamo pure una ben precisa visione politica, tipica della gerarchia ecclesiastica, non basata sul valore del censo economico "conquistato" e non ereditato, ma su quello che scaturisce dall'esercizio del potere e delle armi che lo sorreggono.
    Già i Comuni avevano spogliato i Vescovi della giurisdizione politica sulle città. La posizione di Galeotto è quindi una significativa immagine dello scontro ideologico, si direbbe oggi, che agita il suo tempo.

    Nota bibliografica.
    La lettera di C. Salutati è presente alle pp. 190-191 di P. Durrieu, «La prise d'Arezzo par Enguerrand VII, sire de Coucy, en 1384», Bibliothèque de l'école des chartes, 1880, tome 41, pp. 161-194; ed alle pp. 233-234 di U. Pasqui, «Documenti per la storia della città di Arezzo nel medio evo», III, Firenze 1937.


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