• I Tarlati fra Arezzo e Rimini

    Riproponiamo due notizie già riportate. Nel 1349 Rengarda Malatesti, figlia di Galeotto I (nato da Pandolfo I, e quindi fratello di Malatesta Antico), sposa Masio Tarlati di Pietramala, il quale appartiene alla famiglia che ha governato Arezzo dal 1321 al 1337. Masio è Magistrato municipale di Rimini dal 1346 al 1347. Nel 1347, sempre a Rimini, Masio è fatto cavaliere dal re d'Inghilterra.
    Aggiungiamo ora che Caterina di Pietramala, figlia di Rengarda, e seconda moglie di Nicola Filippo Brancaleoni, rinnova in due suoi figli il nome della madre e del nonno Galeotto, come ricorda G. Colucci («Antichità picene», XIII, Fermo 1791, pp. 181-182).
    La famiglia Tarlati è detta «episcopale» (da Catia Di Girolamo) in quanto il primo signore di Arezzo dal 1321 al 1328, anno della sua morte, è il vescovo della stessa città, Guido Tarlati, fratello del Masio che sposa Rengarda Malatesti.
    Da altra fonte (Giovanni Battista Sezanne, «Arezzo illustrata», Niccolai, Firenze 1858) ricaviamo per Guido Tarlati la definizione di «astuto vescovo» (p. 34) che s'accompagna ad una sintesi del suo operare, ispirata al sepolcro in cui giace: «dal suo volto la morte non ha cancellato quella ferocia e valore, per cui si rese infaustamente famoso e temuto ai popoli circonvicini» (p. 148). 
    Nel 1328 gli succede un altro fratello, Pietro detto Saccone (+1356), di cui si rammenta invece la saviezza.
    Il vescovo Guido Tarlati svolge un ruolo politico ben più ampio di quello attribuitogli dal governo aretino. Infatti nel 1327, «ad onta del Pontefice, corona [Ludovico IV] il Bavaro in S. Ambrogio di Milano a re d'Italia», come si legge nella «Cronica di Arezzo di ser Bartolomeo di ser Gorello» (p. 149).
    Nel 1328 (l'anno della morte dello stesso vescovo Guido), Ludovico IV è eletto imperatore a Roma dal popolo. Ludovico IV dichiara deposto Giovanni XXII, il Pontefice che nel 1324 lo ha scomunicato e dichiarato decaduto quando era re di Germania dal 1322. (Giovanni XXII è il secondo pontefice avignonese, dopo Clemente V.) Ludovico IV nel 1324 ha risposto a Giovanni XXII accusandolo di eresia. Il papa nel 1328 reagisce bandendo una crociata contro di lui. Il parlamento romano dichiara deposto Giovanni XXII e, su proposta dello stesso Ludovico IV, elegge un altro pontefice, Niccolò V (1328-1330), fattosi frate dopo aver lasciata la moglie.
    Tornando ai Tarlati di Arezzo ed agli antefatti delle situazioni sinora riassunte, va ricordato che sulla scena politica italiana essi assumono il ruolo di antagonisti della Chiesa sin dal 1306, agendo proprio in Romagna, come si legge in L. Tonini (IV, 1, p. 19). La loro presenza in Romagna è documentata già sul finire del XIII secolo. L'Anonimo citato da L. Tonini (III, pp. 172, 179), per il 1295, anno in cui Malatesta da Verucchio perviene alla Signoria di Rimini, ricorda che contro di lui erano giunti cavalieri anche da Pietramala. L'Anonimo inoltre, per il 1296, indica in Maso da Pietramala il Podestà di Forlì. Sul tema, si vedano le «Cronache Malatestiane dei secoli XIV e XV» [p. 6, e relativa nota 4, tomo XV, 2 di «Rerum Italicarum Scriptores», 1922].
    Alle pp. 11-12 delle «Cronache Malatestiane» leggiamo: «Essendo preso miser Malatesta e miser Galaotto, fo lassato di presone el ditto miser Galaotto, e venne a Pesaro, e de qui se partì in pochi dì et andò a Scortegata; e como fu lì, e de notte tempo, se partì misera Ferantino da San Zanne in Galilea, et andò a favellare com lui e basosse per la boca. "Herodes et Pilatus facti sun amici". L'altro dì venendo se n'andò a Lonzano e Santo Arcanzolo, poi mandò per la gente d'Arezzo, e veneglie miser Tarlato e miser Uberto da Petramala bene con quatrocento cavalieri, e core ale porte d'Arimino [...]. In questo tempo fo lassato miser Malatesta de presone da Ferara e venne a Pesaro, e lì stette per alcun dì; po venero da Bologna in Arimino seicento cavalieri e mille fanti de bono aparechio. Qui se fa la guerra grande».
    Tra 1320 e 1322 troviamo i Tarlati coinvolti nella ribellione che, «con rabbia feroce» avviene nella stessa Romagna e nella Marca d'Ancona, avendo come capi proprio i fratelli Guido, vescovo aretino, e Pietro Tarlati (L. Tonini, III, p. 41).
    Invece l'8 ottobre 1321 Pandolfo I Malatesti è lodato da papa Giovanni XXII per i servizi resi alla Chiesa contro i Montefeltro (ib., p. 43). Nel 1322 Pandolfo I è nominato capitano generale delle milizie ecclesiastiche.
    Nell'agosto 1334 Pietro Tarlati si allea con Malatesta Antico contro Montefeltro e Perugia (ib., p. 83). Due anni prima, nel 1332, Tarlato ed Uberto di Pietramala sono giunti con quattrocento cavalieri alle porte di Rimini, mentre Malatesta Antico e Galeotto I Malatesti erano prigionieri a Ferrara per la loro ribellione a Roma. E fu «guerra grande», come raccontano le cronache. Gli Aretini, sintetizza L. Tonini (ib., p. 85), «corrono il riminese» ed i Malatesti rientrano in città nel 1333, ottenendo a vita il dominio e la «Difensoria» di Rimini.
    Del nostro cardinal Galeotto, figlio di Masio e Rengarda Malatesti, sappiamo da Giuseppe de Novaes [«Elementi della storia de' sommi pontefici…», IV, p. 245], che al momento della nomina, è «protonotario Apostolico». Ed ha soltanto ventidue anni (come osserva G. Franceschini, «Alcune lettere del Cardinale Galeotto da Pietramala», p. 377).
    Il papa che lo crea cardinale, Urbano VI, conosce bene la storia e le vicende politiche dei Malatesti. Infatti è stato a capo della cancelleria di Gregorio XI (Pierre Roger de Beaufort), il Papa avignonese eletto nel 1370, che aveva avuto ottimi rapporti con Galeotto I Malatesti. Il nipote «protonotario Apostolico» e futuro cardinale Galeotto probabilmente aveva debuttato qualche anno prima, attorno al 1374, ovvero quando aveva diciotto anni, in un periodo in cui suo nonno godeva di grande prestigio presso Gregorio XI e la sua corte. 
    Nel 1372, il 14 maggio, Gregorio XI ha ringraziato i Malatesti per il loro appoggio militare e la loro devozione politica. Il successivo 25 ottobre Gregorio XI ha chiamato Galeotto I a guidare le sue truppe contro i Visconti, senza poter essere esaudito data l'età dello stesso Galeotto Malatesti, nato all'inizio del secolo. A lui nel 1373 Gregorio XI affida l'incarico politico di assistere, e sostituire al bisogno, il Legato di Bologna, Cardinal Pietro de Stagno, un francese monaco benedettino, sostituito l'anno successivo da un altro francese, Gugliemo Novelletti, poi cacciato dalla sollevazione cittadina del 20 marzo 1376.
    Il 9 ottobre 1374 Gregorio XI ha scritto anche a Galeotto I, come agli altri Signori d'Italia, di voler riportare la Curia a Roma, pregandolo di aiuto. Nel 1377 Galeotto I è intermediario con Firenze. Il 17 gennaio 1377 Gregorio XI arriva a Roma da Avignone, con un viaggio iniziato il 13 settembre dell'anno precedente.
    Galeotto I Malatesti, il nonno del Cardinale, si reca dal nuovo pontefice Urbano VI, l'8 aprile 1378, partendo da Rimini il 29 maggio 1378, e trattenendosi a Roma sino alla fine di luglio dello stesso anno. Più che una semplice visita, quella di Galeotto I è una speciale missione presso i Cardinali dissenzienti che contestano l'elezione papale. A Roma Galeotto I non soltanto ottiene notizie di prima mano da fornire al nipote, ma ne diventa grande protettore presso la corte papale, con un ruolo che dura sino alla propria morte, il 21 gennaio 1385.
    Il 3 novembre 1378 l'imperatore Carlo IV conferma a Galeotto il possesso di Borgo San Sepolcro da lui comprato il 7 luglio 1371 per 18 mila fiorini, estendendo il territorio a Città di Castello. Il governo di Borgo San Sepolcro era stato perduto dai Tarlati di Pietramala nel 1335.
    Il 25 agosto 1379 il nipote Cardinale fa visita al nonno Malatesti, in cerca di quelle notizie «romane» che gli permettono di essere più consapevole di fronte agli eventi successivi, grazie ad una posizione privilegiata che lo aiuta pure nella gestione delle gravi questioni sul tappeto. Il giorno dopo il Cardinale Galeotto passa in Toscana per visitare il padre nel castello di Anghiari, presso il Borgo di San Sepolcro.
    Nel settembre 1384 il nipote Cardinale si reca a Rimini dal nonno malato, ma deve rientrare perché Marco di Pietramala, successore del padre Masio e suo cugino, occupa Arezzo aiutato da armi francesi nella notte fra 28 e 29 dello stesso mese, saccheggiando le case dei guelfi.
    Il ruolo del nonno viene preso immediatamente dal figlio di Galeotto I, Carlo Malatesti, il fratello della madre del Cardinale, Rengarda.
    La nomina di Galeotto, appena ventiduenne, è vissuta dalla sua famiglia (ghibellina) come un'occasione per recuperare la perduta preminenza politica, e per tenere a freno i vicini di casa, ovvero perugini e fiorentini. (Come si legge nel cit. Franceschini, p. 378, «Alcune lettere del Cardinale Galeotto da Pietramala», la famiglia del Cardinale mirava a tenere a freno i vicini di casa, ovvero perugini e fiorentini, le cui cupidigie «s'appuntavano sul minuscolo stato costituito da Anghiari, Citerna e Monterchi e da un gruppo di castellucci disseminati nelle terre lì attorno». Ma queste aspettative vanno deluse di lì a poco, quando «le sorti dello stato petramalesco e della stessa persona del signore si fecero assai difficili».)
    Suo padre Masio Tarlati all'inizio dell'ottobre 1379 è fatto prigioniero dagli aretini. Lo fa liberare il Papa per intercessione del figlio Cardinale. Masio scompare il 22 gennaio 1380, «oppresso dai dispiaceri». [Franceschini, pp. 378-379]
    La sorte risparmia a Masio di vedere quanto succede ad Arezzo il 18 novembre 1381, l'orrendo saccheggio che riduce la città ad una spelonca di ladri. La città «fu sconvolta dal saccheggio e dalle stragi compiute da partigiani della fazione dei guelfi intransigenti (i cosiddetti arciguelfi) e dalle soldatesche di Alberico da Barbiano, allora alleato di Carlo III di Durazzo, cui gli arciguelfi aretini si erano rivolti per avere appoggio contro gli avversari interni» [Cfr. in DE BONIS, G., di P. Viti, DBI, 33, 1987]. Il «sacco di Arezzo» cessa soltanto nel 1384, quando, dopo una nuova espugnazione e nuovi saccheggi, la città è acquistata dai fiorentini, con il beneplacito delle famiglie arciguelfe.
    L'argomento merita un approfondimento con queste pagine di mons. Angelo Tafi, tratte dal suo volume «Immagini di Arezzo», Arezzo 1978, riprese dal web (www.arezzocitta.com, Società Storica Aretina) ed intitolate «La vendita di Arezzo a Firenze».
    Esse permettono di ricostruire non soltanto le vicende a cui sono legati i Tarlati da Pietramala, ma pure il contesto politico-religioso italiano, e quanto accade con il massacro di Cesena che nel 1377 fa quattromila vittime: «Gli anni che vanno dal 1380 al 1384 sono i più sventurati di tutta la storia aretina. La parte guelfa, guidata dal Vescovo Giovanni II Albergotti, per non essere sopraffatta dalla fazione dei Sessanta, dai Tarlati e dai ghibellini, offrì la signoria di Arezzo a Carlo di Durazzo pretendente al trono di Napoli.
    Quando nel 1381 il Vicario in Arezzo di Carlo di Durazzo, il vescovo Giurinense riammise in città i ghibellini Tarlati, Ubertini e consorti la situazione divenne caotica. Tutti protestarono: il vescovo Giurinense venne sostituito nella carica di Vicario dal napoletano Jacopo Caracciolo. Sospettato però a ragione o a torto di favoreggiamento verso la parte guelfa i ghibellini gli si rivoltarono. Il Vicario con i suoi si chiuse nella Fortezza e visto impossibile lo scampo invitò il capitano di ventura Alberico da Barbiano con la sua tremenda e famigerata compagnia detta di San Giorgio. 
    L'unica condizione posta fu questa: tutto era permesso alla compagnia purché Arezzo rimanesse guelfa e soggetta al re di Napoli. Nella notte tra il 17 ed il 18 novembre 1381 quei predoni entrarono improvvisamente in città e per più giorni e notti uccisioni, ruberie, stupri, incendi, torture e sacrilegi imperversarono. “Tucta la ciptà di Arezzo fu rubbata et molti ghibellini presi per prigionieri, et tucte donne prese, così guelfe come ghibelline, in tanto numero che fu una pietà, vituperandole ... E così fu tractata quella ciptà, che chi quella vidde non era si crudo che non li venisse pietà; vedere tante gentili donne et donzelle et monache esser vituperate et molte itene puttane per lo mondo, i fanciulli morir di fame et per fame mangiar le corate dei cavalli putridi, quasi crude ... ” (Sercambi).
    Nel 1382 la compagnia di ventura di Villanuccio di Bonforte mise a sacco per la seconda volta la città: altri quattromila avventurieri per spogliare ciò che rimaneva. Nel 1383 imperversarono carestia e pestilenza. Soltanto Siena dette qualche aiuto; Firenze, impassibile, aspettava l'occasione per impadronirsi della rivale. Occasione che le venne offerta indirettamente dai Tarlati e dagli altri ghibellini i quali nell'estate del 1384 invitarono Enguerrand sire di Coucy a conquistare e saccheggiare Arezzo col patto che poi sarebbe stata consegnata ai Tarlati. Enguerrand si trovava in Toscana a capo di un esercito francese diretto a Napoli contro Carlo di Durazzo La notte del 28 settembre 1384 i ghibellini guidati dai Tarlati ed i francesi dei de Coucy piombarono sulla città. Il terzo saccheggio in tre anni e forse il peggiore di tutti. Non cadde però la fortezza dove si trovavano il Caracciolo ed i capi guelfi. Per farla cadere dovevano intervenire i fiorini d'oro di Firenze. E Firenze, trattando separatamente col de Coucy e col Caracciolo, acquistò dal primo la città per la somma di 40.000 fiorini d'oro e dal secondo la Fortezza per un'altra bella sommetta. Per il pagamento dei quarantamila fiorini fu scelto il sistema rateale. Era il 5 novembre 1384». [Un progetto di pacificazione (datato 24 agosto 1384) è nella decima epistola pubbicata dal cit. Franceschini, pp. 401-402.]
    Galeotto di Pietramala, perdute le «terre che direttamente gli ubbidivano», osserva Franceschini, dopo un soggiorno a Citerna (1385) fa «ritorno in Curia presso Napoli, nella speranza d'indurre Urbano a più miti consigli» [Franceschini, p. 391].
    Prosegue Franceschini: «Quello che il cardinale e gli altri suoi colleghi dissidenti avevano preveduto, si era avverato: e da mesi il papa si trovava in una situazione disperata e senza vie d'uscita» [p. 391]. Sottolinea Franceschini, a proposito degli eventi successivi: «Non sappiamo quanto merito spetti a lui, al cardinale da Pietramala, delle migliorate condizioni del papato; ma è certo che non molto dopo il suo ritorno in Curia, il papa poté lasciare il Reame» [p. 392].
    Galeotto «godeva di un grande prestigio nel collegio cardinalizio e fu dei personaggi più in vista durante il travagliato pontificato di Urbano VI». Cercò «d'influire sull'animo del pontefice e di moderarne le impennate troppo subitanee; ma non ottenne successi tangibili», come dimostra quanto succede, come vedremo, nel 1386, quando Galeotto fa parte della schiera dei cardinali che abbandonano la corte papale [Franceschini, p. 382].


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